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Il barone sanguinario di Vladimir Pozner

di Chiara Condò

Del barone von Ungern-Sternberg aveva gi scritto, nel 1922, lo scrittore polacco Ossendowski in Bestie, uomini, dei; nel 1980 Hugo Pratt lo aveva ritratto nellavventura siberiana del suo Corto Maltese, Corte Sconta detta Arcana. La biografia romanzata di Vladimir Pozner viene pubblicata nel 1985 per la casa editrice francese Actes Sud, ma solo adesso Adelphi lo ripropone per i lettori italiani, forte della buona accoglienza che Pozner aveva gi ricevuto per il reportage sugli ultimi giorni di Lev Tolstoj.
Inizialmente la ricerca di Pozner timida, ma accanita: ha ben poche informazioni su Ungern, e lo muove piuttosto una certa testardaggine e un atteggiamento che non tarderemmo a definire snob per loggetto del proprio lavoro. Mi misi alla ricerca di un avventuriero russo. I libri e i conoscenti che consultai mi fecero sfilare davanti una sequela di monaci, diplomatici, banchieri e agenti provocatori. Da Azef a Rasputin, non mi ci volle molto per arrivare in fondo alla lista[…]. Nessuno di loro mi interessava; io volevo parlare al presente. Allora pensai a Ungern.

Rampollo di una famiglia di baroni baltici, Roman von Ungern venne avviato presto alla carriera militare e dopo un periodo in Siberia e nella Galizia polacca, si ritrov coinvolto nella guerra civile russa. Profondamente zarista,combattal fianco del capitano dei cosacchi bianchi, finch il sogno di ricostituire una teocrazia lamaista in Asia non lo port a separarsi da Sem?nov. Nel marzo del 1921, Ungern divenne a tutti gli effetti dittatore della Mongolia, tuttavia il generale descritto da Pozner ha ben poco a che fare con i titoli nobiliari. In uno degli episodi pi comici e bizzarri del libro, una coppia di vecchi baroni disquisisce per ore sulle origini e lo stemma della casata Ungern-Sternberg, di fronte ad un Pozner che ostinatamente cerca di raccogliere i dettagli di cui si servir nel corso dellopera. Ed ecco che i contorni del barone sanguinario si fanno sempre pi netti, man mano che l’autore si allontana dalla biografia canonica. Attraverso la sua penna Ungern si spoglia dei gradi di generale, perdendo le cariche e i titoli di cui era investito, per indossare la maschera che Pozner ha scelto per lui: quella di Ungern Khan, erede del capo dellOra dOro, Gengis Khan.
Generale bianco reo dinsubordinazione, signore della guerra, sovrano della Mongolia, astemio e virtuoso, crudele nella maniera pi sottile: Ungern stato questo e ben altro. Eppure le precise scelte narrative di Pozner ci riportano alla luce unimmagine inedita delluomo, descrivendolo attraverso gesti pi intimi e rivelatori, frutto di uninvenzione che ci consegna un Ungern volutamente romantico ed epico. Pi simile a un eroe romanzesco che a un personaggio storico, gli episodi di cui protagonista solitario vengono costruiti con tanta attenzione quanta emotivit. E soprattutto Pozner si preoccupa di far percepire quanto dannoso sia il concetto di relativit per chi aspira a un potere che sia assoluto, sciolto da vincoli, capace di rendere senza controllo anche lesistenza. Il mostro solo nel suo labirinto di steppe, e in lui riecheggia la solitudine dei capi mongoli: non abbiamo pi amici allinfuori della nostra ombra, non abbiamo pi fruste allinfuori della coda del nostro cavallo. Il nomadismo di Ungern mentale piuttosto che fisico, e impone una solitudine propria degli dei. Dir uno dei personaggi: Ungern un dio minuscolo.
Pozner ha fatto del barone Ungern un manichino su cui labito del folklore stato cucito accuratamente; e cos ecco il dettaglio della seta gialla, del taur, delle torture che sembrano uscite da Il Milione. Ha sfumato i tratti di Ungern per restituircene il colore, lasciando (giustamente) scontenti i cultori dellinformazione storica, ma incantando chi sperava ardentemente in un godibilissimo romanzo davventura.

Vladimir Pozner, Il barone sanguinario, (1985), traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, pp.320, 22, Adelphi, 2012
Voto: 3/5


2.07.2012 Commenta Feed Stampa