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Narcopolis di Jeet Thayil

di Enzo Baranelli

narcopolis_02Nel romanzo l’immagine di Shuklaji Street, intorno al 1980, la via dell’oppio (chandu) e delle prostitute (randi), viene ricostruita attraverso una struttura paratattica di racconti che hanno ciascuno un suo protagonista; ma i personaggi incrociano le loro vite, facendo deviare le linee narrative in modo più o meno intenso: il comune denominatore è l’oppio. I rituali della preparazione della pyali, l’accensione della pipa, il velo d’incoscienza che domina le esistenze di Dimple, Lee, Rashid, Ullis, Rumi e tutti gli altri sono narrati da una particolare angolazione, una miscela di stile e semplice arte del raccontare propria di Thayil. Il romanzo mostra una serie di persone, come una continua reincarnazione della “vita” in Shuklaji Street a Bombay: una vita immersa nei fumi dell’oppio, ma anche dell’alcol e della cocaina, fino ad arrivare alla garad (eroina). Il paradiso artificiale di Bombay diventa sempre meno chimico e più vicino a uno stadio dell’animo. Thayil è  in grado di portare a spasso la narrazione per il mondo attraverso filosofia, politica, poesia, pittura, economia; niente rimane precluso alla mutevole forma dei suoi racconti. L’oppio, che dovrebbe rendere tutto più oscuro, appare un intervallo nelle esistenze dei protagonisti. Questi non potrebbero vivere senza oppio, ma la cosa è reciproca. Il tremolio della brace nella penombra della chandu khana di Rashid accende discorsi che si rincorrono in una forma che aspira all’infinito. E, in effetti, per Thayil la narrazione potrebbe procedere per un numero di pagine imprecisato. E’ la forma letteraria che impone un freno alla sostanza chimico-biologica del romanzo-saggio “Narcopolis“. Nella parte finale il libro si sposta agli anni Novanta. Ritornano personaggi che si riconoscono a stento tra di loro. L’eroina ha preso il posto dell’oppio: le immagini diventano più sfuocate, ma non meno potenti. Il romanzo contiene molteplici storie e quindi molteplici finali. Un ulteriore epilogo è  situato nel 2004. Le parole affidate allo stesso narratore iniziale, Dom Ullis, confermano un movimentopiù  che circolare, vicino a un nastro di Möbius. Forse è solo un’eco molto lontana, ma si può sentire il ricordo delle parole di Philip K. Dick (nella sua postfazione al romanzo “A scanner darkly“) nella dichiarazione di Dom: “Questi sono i miei amici. Questo è  ciò che abbiamo fatto. Queste sono le cose che abbiamo detto e sognato“.

Dopo “Maximium City” di Mehta, troviamo qui una versione intima e insieme ampliata di Bombay. Se il saggio di Suketu Mehta racconta la città a partire dal 1998, “Narcopolis” vive prima e dopo il 1980, spostandosi poi verso il presente, ma il tempo è una dimensione che viene travolta dalla narrazione visionaria dell’autore. Tutto diventa più chiaro attraverso una continua serie di epifanie dove la vita risplende pur avvolta nel caos. Sono frammenti, sono contraddizioni, sono esistenze: sono parole limpide avvolte da una finzione.

Jeet Thayil, “Narcopolis“, (ed. or. 2012), pp. 300 (con un ottimo glossario), 16,50 euro, Neri Pozza, 2012.

Giudizio: 5/5.


24.06.2012 Commenta Feed Stampa