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Il senso di una fine di Julian Barnes

di Enzo Baranelli

sensodiunafineAll’inizio siamo in una scuola nel centro di Londra, negli anni Sessanta, che per Colin, Alex, Adrian e Anthony, l’io narrante, sono meno liberi e rivoluzionari di quanto si creda. Barnes scrive subito qual è l’interesse del suo racconto ovvero “il tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano che scorra regolarmente: tic tac, tic toc“. Anche se non siamo nell’Ottocento, il gruppo di protagonisti che costituisce il nucleo della prima parte del romanzo sembra avere una certa continuità, almeno nel loro paesaggio mentale, con “L’educazione sentimentale” di Flaubert. Il problema, subito evidente, è l’approccio di Julian Barnes alla storia comune di un uomo medio, come dice Anthony Webster nel libro: “se uno vuole farsi ascoltare dagli altri non deve alzare la voce, bensì abbassarla” e quindi l’intera storia è costruita appiattendo i toni, mescolando la scala cromatica perché nulla diventi eccessivo. In questa sorta di versione annacquata di “Everyman” di Philip Roth, troviamo l’uomo-medio per definizione, Anthony Webster, alle prese con il racconto della sua vita. Il romanzo è un romanzo breve per forza di cose non essendoci una vera necessità narrativa; fin dalle prime pagine la scrittura risulta annoiata da se stessa, quasi che lo scrivere fosse un dovere increscioso: “Nella media, ecco come sono dai tempi del liceo. Medio all’università e sul lavoro; medio in amicizia, lealtà e amore; medio, senza dubbio anche nel sesso“. Dalla letteratura al Valium in due righe.

Più volte Barnes inserisce digressioni, brevi, sulla vita dei suoi personaggi che sfociano in commenti accomunabili al suo testo: “Era una storia triste e banale -comune a tanti, purtroppo- e raccontata con parole semplici“. Davvero si sente il bisogno di ascoltare queste storie? Non parlo del fatto che si tratti di eventi comuni: la banalità è una qualità aggiunta da chi racconta. Esistono narratori come Andre Dubus o Charles D’Ambrosio e scrittori come Julian Barnes: da un lato la vita, comunissima, essenziale, ma rivelata sotto infinite sfumature, dall’altro il suo vuoto simulacro, ricolmo di echi ridondanti, una pagina uguale all’altra. Il fatto che le giornate tendano ad assomigliarsi non credo possa essere un valido motivo per scusare la mancanza d’ispirazione. Inoltre, naturalmente, centoquaranta pagine abbondanti servono per preparare la brusca virata del finale: il luogo comune con copertina rilegata ovvero “Il senso di una fine” (e di un finale) di Julian Barnes.

Julian Barnes, “Il senso di una fine“, (ed. or. 2011), pp. 150, 17,50 euro, Einaudi, 2012.

Giudizio: 2/5.


16.06.2012 Commenta Feed Stampa