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La notte del gatto nero di Antonio Pagliaro

di Enzo Baranelli

PAGLIARO GATTO NERO“I personaggi per vivere devono poter fare da soli, ciascuno con il suo modo di parlare e secondo le proprie capacità. Lo scrittore dovrebbe starne fuori. Non dovrebbe raccontare, solo mostrare”.

Le parole sono di W. C. Heinz e sono rivolte a Elmore Leonard, in risposta a una sua lettera di elogio per “The Professional“: E’ il 1958, Leonard non è ancora un autore famoso e dovranno passare anni prima che incontri l’opera di George V. Higgins, “Gli amici di Eddie Coyle“, un romanzo interamente costruito sui dialoghi, qualcosa che toccherà Leonard in modo molto profondo. Quando il lettore trova una piccola chiave che rimette tutto in prospettiva, si avvicina al lavoro dell’investigatore, e come ogni investigatore deve sempre dubitare.
Non ho invece alcun dubbio sul fatto che Antonio Pagliaro conosca Leonard e Higgins, però sono abbastanza sicuro che non possa aver letto W. C. Heinz: per sua stessa ammissione è quasi allergico alle storie di pugilato. Non ha visto due o tre volte “When we were kings” (lo splendido documentario di Leon Gast sullo scontro tra Ali e Foreman avvenuto nel 1974), non ha letto il recente “Mal Tiempo” di Fauquemberg. Però ha scritto, e lo ha fatto in un modo, che non vuole essere una semplice scelta estetica, di assoluto rigore e rispetto per i propri personaggi. Sono sufficienti meno di tre pagine de “La notte del gatto nero” per mostrare Giovanni Ribaudo. E’ notte. Piove. Il telefono squilla e quel suono scatena una serie di ricordi che conducono il lettore nel cuore del protagonista. I ricordi sono un mezzo efficace, se usati con cura, e possono sostituire il dialogo nel caratterizzare un personaggio.
Ricordiamo immagini, ma ricordiamo anche parole e, attraverso le parole, rielaboriamo ogni ricordo. A pagina novantuno l’autore, con un frase, richiama un intero passaggio presente all’inizio dell’opera: lo sguardo riflessivo si nasconde dietro espedienti estetici. Ne “La notte del gatto nero” ogni personaggio, parafrasando Heinz, può vivere potendo fare da solo: Pagliaro usa una caratterizzazione costruita su dialoghi, abitudini, dolori, sconfitte e dettagli che riescono a mettere in stretta connessione mondo finto e reale.
Continuando la lettura, il rapporto tra ciò che siamo e il nostro passato diventa sempre più l’argomento centrale, la chiave che apre le porte all’universo più intimo del libro, che non è quello del noir, anche se ne possiede alcuni tratti, ma è proprio il passato, rivissuto, trasformato e rivisitato; e che può ritornare per trasformare noi in qualcosa che non credevamo possibile, perché “tra l’orrore e il ridicolo il passo è un nulla“.

Antonio Pagliaro, “La notte del gatto nero, pp. 210, 14,50 euro, Guanda, 2012.

Giudizio: 5/5.


16.05.2012 2 Commenti Feed Stampa