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Io, un altro di Imre Kertsz

di Chiara Condò

Sono passati due anni dalla caduta del muro di Berlino: pi precisamente, il 1991 quando Imre Kertsz si mette in viaggio per lEuropa. Non ancora stato insignito del premio Nobel (arriver solamente dieci anni pi tardi, nel 2002) e pretende di essere semplicemente uno Jedermann, un ognuno. Alle sue spalle il fantasma di Auschwitz, in cui venne deportato allet di quindici anni, e che torna ripetutamente nella sua produzione.
Io, un altro un libretto breve e denso al tempo stesso; in quanto cronaca di una metamorfosi ha landamento tipico del journal: la scrittura procede quasi per aforismi, seguendo lo sviluppo di un pensiero che si forma durante gli spostamenti di Kertsz tra una citt e laltra. Resta costante nella lettura un senso di disagio profondo e insinuante, quanto mai adatto ad una riflessione che si snoda lungo unEuropa maledetta. Ora che la barriera fisica tra est e ovest stata abbattuta, resta da infrangere quella ideologica e, soprattutto, quella umana; accettare gli inviti delle universit europee che chiedono una sua testimonianza lo porta in primo luogo ad una rinuncia. Non si pu vivere la libert nello stesso posto in cui abbiamo vissuto la nostra carcerazione. Bisognerebbe andare da qualche parte, molto lontano da qui. Non lo far.
Con la precisione e la risolutezza di chi porta addosso il segno fatale, incancellabile della stella di David, Kertsz indaga sulla specificit ebraica, senza indulgenza: lebreo errante tanto per natura quanto per volont del mondo. Arriva anche ad ipotizzare che nella psicologia del profondo dell’Endlsung, pu aver avuto un certo ruolo anche il fatto che gli ebrei fossero il popolo della Bibbia. Che volevano cancellare la scrittura, perch volevano essere soli. Specchio con cui confrontarsi lungo la prima met del saggio il filosofo austriaco Wittgenstein, di cui Kertsz sta traducendo unopera. In lui ritrova lodio particolarmente ebraico per se stessi, arrivando ad una prima presa di posizione che lo porter, man mano, ad una parvenza di riconciliazione con il presente: la verit della verit, ci a cui Wittgenstein ci conduce: nella fede religiosa vero soltanto e soprattutto il punto di partenza, vale a dire che la situazione dellessere umano senza speranza. Domando: si pu avere fede anche nellessere senza speranza? Poich questa fede sufficiente per me, io non sono senza speranza.

Eppure lesperienza del lager troppo profondamente radicata in lui per consentirgli di vivere con serenit: la sua angoscia fa continuamente i conti con la calma dei passanti, che invidia e teme. Dopo la caduta del muro, per unintellettuale dellEst impossibile fidarsi degli altri, a maggior ragione quando anche la fiducia in se stessi viene meno: lo stesso Io del titolo unentit a cui guardare con sospetto. Kertsz ci appare chiaro e confuso al contempo; si sforza di mettere a fuoco il mondo con occhi malati, percependo la realt attraverso un velo che non esiste, e che quindi non cade. Inoltre in un contesto di continue situazioni disturbanti, anche la scrittura si riduce ad una vana lotta con la penna, con la carta, con me stesso, corrompendo il rapporto biologico tra identit e scrittore. La metamorfosi annunciata dunque un cambiamento difettoso e difficile, che restituisce a Kertsz una percezione sfasata del mondo; viene da pensare che il sacrificio compiuto in nome del mutamento sia stato semplicemente insostenibile.
Sospesa tra il saggio e la fiction, lopera di Kertsz duplice nel suo complesso; doppia la voce narrante, doppie anche le conclusioni. Pur facendo parte di una collana di saggi, Io, un altro la biografia di un personaggio fittizio in cui Imre Kertsz si trasformato: K.I. per lappunto. E fino alla fine non ci sar nessuna rinconciliazione tra loro.

Imre Kertsz, Io, un altro (1997), traduzione di Giorgio Pressburger, pp. 133, 13, Bompiani, 2012
Voto: 3/5


8.05.2012 Commenta Feed Stampa