Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Da dove vengono i sogni di David Vann

Da dove vengono i sogni di David Vann

di Enzo Baranelli

david vannAmbientando il romanzo familiare nelle “terre estreme” dell’Alaska, dove è nato, David Vann riesce a scoprire nuove angolazioni per affrontare i problemi dell’amore, del matrimonio, del tradimento, delle speranze disattese. La prospettiva Alaska è ciò che contraddistingue la narrativa di Vann. I lettori potranno trovare echi di McCarthy (molto deboli) come di Franzen, ma l’originalità è offerta dalla visione dei rapporti umani nel quarantanovesimo stato d’America. “L’idea era di costruire un capanno come si faceva un tempo. Niente basi di cemento, niente licenze. Il capanno come espressione dell’uomo, una forma della mente“: il progetto di Gary, in cui viene trascinata anche sua moglie Irene, assume subito un valore simbolico. E forse l’eccesso di metafore e simboli, unite a una narrazione di un’eleganza autoindulgente, rendono il testo di Vann un tentativo destinato al fallimento come lo sono spesso gli esseri umani. D’altronde anche i personaggi stessi avanzano dubbi sull’esistenza di un senso, di un filo che conduca nella storia di una vita: “Pensò che le rocce erano una alaskatestimonianza di tutto ciò che di vero c’era nel mondo. […] spinte verso l’alto, piegate, plasmate, tutto senza scopo. Le rocce erano soltanto ciò che erano. Non c’era niente che le aspettasse e non facevano parte di nessuna storia“. Il romanzo ruota attorno a questa mancanza di senso e dove dovrebbe intervenire l’arte attraverso una visione (in questo caso narrativa) rimane solo il suono della tempesta, del vento e delle onde. David Vann cristallizza le idee in una scrittura gelida, ma, più che con un romanzo, il suo stile potrebbe esprimersi in una serie di racconti: tanti punti sospesi e il lettore a cercare i nessi. Gary, il marito, il padre, studioso di Inglese antico, è una figura in bilico tra mania e depressione (borderline). Forse, molto vagamente, potrebbe ricordare Doug Willis di “Preston Falls“, lo splendido romanzo di David Gates, ma Gary è dominato da strutture mentali troppo rigide per suscitare nel lettore una curiosità totale o un lampo di empatia. Qualcosa rimane tra le ondate di parole che si ritraggono esposte a una critica o a uno sguardo diverso: David Vann riesce ad avvicinarsi al cuore delle cose, ma poi precipita nel déjà entendu, in una sorta di puzzle di Franzen. E poi ripenso a Doug Willis, al fantastico finale di “Preston Falls” e non posso non notare che qui, invece, qualcosa manchi, quell’ultimo passo tra la storia e il lettore. “Da dove vengono i sogni” è una cartolina ricevuta dall’Alaska, una cartolina di cui non intravedo lo scopo, potrei appenderla per il paesaggio, ma le parole, le parole sull’altro lato, be’, quelle sono un mistero. Senza senso. La prospettiva Alaska non è sufficiente.

David Vann, “Da dove vengono i sogni” (ed. or. “Caribou Island“, 2011), pp. 309, 18,50 euro, Bompiani, 2012.

Giudizio: 3/5.


2.05.2012 Commenta Feed Stampa