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Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson

di Chiara Biondini

gustavssonNon mi intendo di letteratura svedese. Non sono mai stata in Svezia. Per me rappresenta uno di quei luoghi di ampio respiro, con un che di epico, lontani, ma non troppo, che un giorno o l’altro visiterò. Le cose sconosciute hanno un loro fascino particolare, ed è con assoluta curiosità che mi sono accostata a questo libro. Dunque, questa è la recensione di una lettrice che muove i primi passi su un terreno poco familiare, ma intrigante; non troverete disamine, raffronti o analisi. Siete avvisati.

Lars Gustafsson è stato, tra le altre cose, professore di filosofia. Questo si capisce immediatamente, a mio parere. Chi, se non un filosofo, potrebbe iniziare un romanzo con la parola “Supponiamo”? “Supponiamo, perché assurdo, che io non sia mai esistito”. Ecco, una frase del genere crea subito nel lettore una sorta di aspettativa; l’autore ti dà una premessa, quella premessa è interessante, e adesso voglio proprio vedere se sarà all’altezza. Lo è stato, molto semplicemente. Gustafsson scrive un romanzo che è più che altro una lunga, lunghissima conversazione, nella quale ricordi, immagini, sensazioni, odori, si mescolano e si rincorrono, scavalcandosi, sgomitando, quasi premendo sulla pagina per risaltare nello scorrere del flusso narrativo. Mi ha ricordato con forza un episodio straordinario che mi è capitato anni fa (e qui mi sto comportando proprio come Gustafsson, ora sta a voi – se vi pare – seguire i miei pensieri). Ero sull’autobus – non posso fare a meno di trattenere un sussulto nel rendermi conto che il primo capitolo di questo libro si intitola “L’autobus perso” – e stavo leggendo. A una fermata mi accorsi che accanto a me si era seduto un signore di mezza età. Mi girai a guardarlo per un attimo: vidi i suoi occhi azzurri e incredibilmente vispi che mi fissavano, e il suo sorriso. Corrucciai il volto, e tornai ad immergermi nella lettura. Pochi secondi, poi udii questa domanda: “Perché leggi Kundera”? Sollevai il capo intenzionata a tagliare corto, ma quello che vidi fu una tale spontanea aspettativa, che mi sentii in dovere di rispondere. E così cominciò prima una conversazione durata un tot di fermate su filosofia, letteratura, cosmogonia, e altre futili cose (mentre più di un passeggero ci fissava con aria stranita) e poi un’amicizia che dura ancora adesso. Questo signore si chiama Romano, possiede uno dei più importanti negozi di stoffe di Firenze (ha vestito, tra gli altri, i reali di Olanda, Sofia Loren e Cher – ahimè!) ed ha una mente strabiliante. E’ capace di passare dalla filologia all’antropologia, attraverso la poesia e la matematica. Parla correntemente una decina di lingue. Ma questo sarebbe niente. La cosa che mi affascina, di questo signore, è la sua incredibile capacità di raccontare. Potrebbe essere mortalmente noioso, un tipo del genere; potrebbe essere saccente, o supponente, o snob, o un sacco di altre cose. Invece, quest’uomo è di una dolcezza disarmante. Racconta della sua vita, del cosmo, dell’anima e del mondo, e in ogni momento si riesce a percepire la sua passione, il suo entusiasmo. E’ in questo modo che diventa contagioso. Starei ad ascoltarlo per delle ore. E sempre col sorriso sulle labbra. Ecco, Gustafsson mi ha ricordato questo. Perché attraverso la memoria dell’anziano professore svedese ritirato a Oxford, attraverso le sue perplessità, le sue domande, trascina il lettore in un vortice di parole, concetti, emozioni. Che spaziano tra filosofia, musica, letteratura, religione, e molte altre cose. C’è un filo narrativo e allo stesso tempo non c’è, perché ogni frammento, ogni episodio, pare bastare a sé stesso. In ogni caso, che si parli del cane-demone o dell’organo arrugginito, della giovane Ingela o della matura Signora Sorgedahl, che ci si trovi sdraiati sulla torba fresca o a pedalare sulla neve, l’empatia è fortissima. Si ha quasi l’impressione di vederlo, questo anziano signore, seduto in poltrona, che parla guardando fuori dalla finestra e ci consegna non solo la sua vita ma un mondo intero, e lo fa con una malinconia che stringe un po’ il cuore, per tutto quello che è stato e non sarà più, e tutto quello che non è stato e che poteva essere. Lars Gustafsson racconta, e il lettore deve avere mente pronta e cuore aperto, per seguire questa narrazione che spazia tra presente e passato, tra reale e immaginato, per regalarci una gamma di concetti ed emozioni che è impossibile condensare in poche, futili parole. E la Signora Sorgedahl? Le sue bianche braccia? Be’, questa è la cosa che in assoluto ho apprezzato di più in questo romanzo. Se credete che questa donna sia al centro di tutto, sbagliate di grosso. Perché questa donna è ovunque, ma ai margini. Come la stella morente della costellazione di Orione; è lì, ma non riuscirete a vederla, a meno che non spostiate lo sguardo e la osserviate con la coda dell’occhio. Provare per credere.

Lars Gustafsson, “Le bianche braccia della Signora Sorgedahl”, (ed. or. 2008, trad. Carmen Giorgetti Cima) pp. 231, 15,50 euro, Iperborea, 2012.

Voto: 4/5


15.04.2012 Commenta Feed Stampa