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Il muro del Nord di Dragan Velikić

di Chiara Condò

Punto di contatto tra diversi governi, concezioni del mondo e destini storici, la Mitteleuropa è stata, e continua a essere, un regno letterario fatto di suggestioni, mescolanze e topoi ricorrenti. Nella sua ultima pubblicazione italiana, l’autore serbo Dragan Velikić non sembra volersi discostare dai luoghi che avevano già caratterizzato i suoi romanzi precedenti: Vienna, Trieste, la nativa Belgrado e l’adottiva Pola ritornano così ne Il muro del Nord, in tutta la loro nostalgica bellezza.
È il primo capitolo a dettare l’andamento della narrazione: indugiando sulle memorie intaccate ma vivide di Marta, che in gioventù era stata studentessa del periodo triestino di Joyce, Velikić introduce e collega tra loro le vicende di altre tre coppie. Marta è la nonna di Rita, moglie di un giovane dentista, anch’egli serbo, che decide di dare lavoro nel suo studio viennese ad un connazionale. Dopo un periodo di separazione, Olga raggiungerà il marito Andrej nella capitale austriaca, lasciandosi alle spalle non solo una Belgrado sempre più povera e malata, ma anche le sue aspirazioni letterarie. Affrontando la partenza con una valigia colma di libri, sarà Olga stessa a fornirci il collegamento con gli ultimi due protagonisti: i coniugi Nora e James Joyce. Lo scrittore irlandese è ancora uno sconosciuto ‘giovane insegnante della Berlitz School di Pola’, che nelle sue passeggiate per la città va formando, come una favola, l’immagine dell’Ulysses.

Nel romanzo di Dragan Velikić non c’è azione, se per azione si considera uno svolgimento con un finale. In un gioco postmoderno di citazioni e rimandi, Il muro del Nord è una navigazione, piuttosto che un romanzo con una trama. I sei protagonisti si muovono tra sogni incerti, desideri interrotti e certezze ancora più vaghe, accompagnati da uno stile che riflette i loro umori variabili e le sensibilità di ciascuno. La scrittura di Velikić infatti è retorica, volutamente ripetitiva, ricca di metafore e di una poesia che allontana sempre di più le azioni delle tre coppie dai loro pensieri, slegandoli dalla realtà. Questo tratto così distintivo del libro sembra quasi suggerire quali strappi possa provocare la letteratura nei rapporti umani: Olga sa che i suoi libri impongono a lei e Andrej una distanza impensabile da colmare. Sa che gli scrittori di cui si circonda, da Pessoa a Kavafis, le sono più vicini di quanto lo sia il marito e per questa ragione decide di rinunciarvi, legandosi a una nuova vita e allontanando così per sempre il pericolo di una vita altra: “Con i suoi vagiti il piccolo Pavle mise in agitazione le pareti dell’appartamento al terzo piano dello stabile in Millergasse quarantotto. Sul tavolo di Olga non c’erano più i libri.
Tuttavia proprio la caratteristica più significativa del romanzo sembra esserne anche la pecca maggiore: Velikić indugia troppo spesso in un uso gratuito delle metafore, ottenendo un effetto di pesantezza e retoricità, nonostante il lessico lirico ed etereo. Perfino la polifonia, che tanto in musica quanto in letteratura dovrebbe permettere di distinguere tutte le voci all’interno di un brano, qui appare difettosa, impedendoci di seguire in maniera lineare e armonica lo sviluppo già minimo di una narrazione così volatile.

Il muro del Nord si colloca quindi senza sorprese nella produzione dell’autore: abile nel riunire insieme la storia del proprio paese con i destini dei singoli individui, Velikić conserva per se stesso il cameo più importante, quello dello scrittore. ‘Per l’artista il luogo in cui è cresciuto è una sorta di terzo genitore’ dirà nel discorso di ringraziamento in occasione del premio Mitteleuropa conferitogli nel 2008, ma ‘ha anche un quarto genitore: la letteratura su cui si è formato’. E sarà la stessa consapevolezza a muovere l’esule Joyce all’interno del romanzo.

Dragan Velikić, “Il muro del Nord” (1995), traduzione di Alice Parmeggiani, pp. 225, €15, Zandonai, 2012
Voto: 3/5


20.03.2012 Commenta Feed Stampa