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Proprietà privata di Richard Yates

di Chiara Biondini

RICHAR~1Minimum Fax ha ragione. Solitamente non mi lascio trasportare da facili entusiasmi o da frasi ad effetto, ma in questo caso non potrebbe essere più vero: Richard Yates è la più grande riscoperta letteraria di quest’ultimo decennio, e mi auguro vivamente che la casa editrice continui a pubblicare tutto di lui, fino all’ultima riga. Yates è quel tipo di scrittore a cui ti affezioni, di cui vuoi leggere ogni cosa. E’ lo scrittore che ti consegna mondi interi, e lo fa con una semplicità estrema. E’ lo scrittore che racconta, svela, condivide. La sua scrittura è un qualcosa di limpido, intenso,  fa tremare le gambe: un liquore chiaro e fortissimo che va dritto al cervello.

Richard Yates è impietoso ma partecipe, spietato ma emotivo, è tutto ciò che vorrei essere io, un giorno (molto lontano, lo so), come scrittrice. Tempo fa, dopo aver letto la splendida raccolta di racconti “Bugiardi e innamorati”, mi resi conto di quale fosse il nocciolo della questione. Il nocciolo è che Yates ha le storie. Non saprei come dirlo altrimenti. Yates possiede quello che scrive, ci vive dentro, e allo stesso tempo ha il dono magnifico di saper lasciare libere queste storie, di farle diventare tasselli di un mosaico, che ogni lettore può collocare a suo piacimento. Il risultato sarà sempre lo stesso: stupore, ammirazione, e un lento annuire. Sì, Richard, è proprio così, grazie per avermi mostrato ciò che siamo, che potremmo essere, ciò che siamo forse condannati a diventare, grazie per aver messo nelle mie mani la vita, per avermi permesso di vedere. Personalmente, amo gli scrittori che sono in grado di dare sensazioni come questa, e se vi state chiedendo perché – alla fine – io non abbia assegnato il voto massimo, be’, è semplice: Yates non è perfetto. Non sempre. E anche per questo lo amo così tanto. Questa raccolta contiene quello che può sembrare “il fondo del barile”: storie mai pubblicate in vita, storie lasciate incomplete. Nel leggere la sinossi, un sospetto mi attraversava la mente: ah, forse queste sono le storie da lasciar riposare in pace. Forse queste sono le storie che Yates, volontariamente, non ha terminato, e chi siamo noi per forzare, per intrometterci, rovinando così l’idea che ci siamo fatti di lui, un autore così preciso, sensibile, lucido? E poi ho cominciato a leggere. I primi due racconti parevano avallare la tesi di cui sopra, ed ero pronta a partire in quarta con la ramanzina. E poi eccolo, Yates. Ecco le storie, l’empatia, l’impietoso sguardo che coglie fragilità, debolezze, limiti e grandiosità di creature qualunque, e lo fa con una naturalezza quasi commovente. Come se tutti noi fossimo in grado di possedere questo talento: il saper vedere oltre la maschera, oltre il palcoscenico, per giungere lì dove gli esseri umani sono assolutamente autentici, nel bene e nel male.

Le storie di Yates quasi mai sono consolatorie, anzi, ma è giusto così, perché io non credo che la letteratura debba consolarci. Io credo che la letteratura debba avvicinarci alla consapevolezza. Almeno, un certo tipo di letteratura. Siamo creature dai molteplici aspetti, ed è giusto indugiare nella leggerezza, nell’orrore, nella gioia. Ma poi deve esistere quella letteratura capace di ricordarci chi siamo, capace di travalicare il concetto di fiction per arrivare a noi, al nostro cuore più segreto. I personaggi di Yates, che siano soldati rinchiusi in ospedali per turbercolotici, bambine con vestiti troppo larghi, casalinghe annoiate o uomini traditi, possiedono tutti quel timbro, quel carattere essenziale che li porta fuori dai confini della pagina e li rende un qualcosa di più, quasi un frammento di noi. Ed è in questo modo che accade: un libro non è più solo un libro, e una storia non è più solo una storia; e tutto quello che noi – lettori fortunati – possiamo fare è essere consapevoli della nostra fortuna.

Richard Yates, “Proprietà privata”, (ed. or. 2001, trad. Andreina Lombardi Bom) pp. 191, 12,50 euro, Minimum Fax, 2012.

Voto: 4/5


8.03.2012 3 Commenti Feed Stampa