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Trattato poetico di Czesław Miłosz

di Chiara Condò

È il 1950 quando Czesław Miłosz viene trasferito dall’ambasciata polacca di Washington a quella di Parigi. Ha alle spalle un breve soggiorno in Polonia durante il quale, insieme ad altri intellettuali, ha accettato la nuova realtà politica del paese. Tuttavia la consapevolezza dell’incompatibilità tra le sue idee politiche e lo stalinismo istituito in patria lo porterà, appena un anno più tardi, a chiedere asilo politico alla Francia.

Il Trattato poetico appartiene proprio agli anni francesi dell’autore. Scritto tra il 1955 e il 1956, è una tappa fondamentale nel percorso poetico e umano di Miłosz: il poema, diviso in quattro parti e accompagnato da un commento corposo e accurato, racconta le vicende del novecento polacco senza tralasciare il minimo aspetto. Coprendo un arco di tempo che va da 1900 al 1949 (e quindi dai ‘bei tempi’ anteguerra all’emigrazione del poeta negli USA) riepiloga con scioltezza gli avvenimenti nazionali più significativi. La descrizione dei giovani intellettuali polacchi, della moda e dei caffè si accompagna così a riferimenti storici accuratissimi e perfetti; alla critica letteraria, alla riflessione storiosofica e, in particolar modo, al problema (sempre profondamente sentito da Miłosz) della lingua in rapporto all’impegno civile del poeta.

È la glossa che accompagna il testo (impensabile, per l’appunto, senza il suo commento) a espandere le frasi lievi della ballata storica: Miłosz, curatore e poeta insieme, spiega passo dopo passo i motivi che lo hanno spinto a comporre il Trattato. Pare dunque essere la stessa memoria polacca a guidare la mano dell’autore che, con lo scarno ornamento della necessità, tratteggia l’immagine di una nazione deformata dalla storia. Il poema riflette come uno specchio magico le vicende di una terra in cui il Novecento si è manifestato nelle sembianze più tragiche.

Dalla ‘piccola Cracovia, come un uomo dipinto’ a Varsavia, ‘città estranea su una piana sabbiosa’, i toni della poesia cambiano. Si fanno più malinconici e raccolti, ricchi di un peso che si fa man mano più grave: “eh no, lettore, non abiti una rosa / questo paese ha suoi pianeti e fiumi / ma è fragile come il lembo del mattino. / Lo ricreiamo noi giorno per giorno / stimando più ciò che è reale / di ciò che è irrigidito in nome e suono. / Al mondo lo strappiamo con la forza, / troppa facilità non lo fa esistere. / Di’ addio a ciò che è scomparso. Ne giunge ancora l’eco. / A noi tocca parlare in modo rozzo e aspro”. Si percepisce nei versi il rimpianto di non poter più parlare della natura, del semplice succedersi delle stagioni, per non tradire l’impegno politico richiesto dalla propria terra.

Finché Miłosz non risolve il conflitto con un ultimo, nostalgico gesto. Scriverà nell’ode conclusiva: “molto, molto ci sarà rimproverato. / Perché, pur potendo, rifiutammo la pace del silenzio / […] Invece volevamo smuovere ogni giorno / la polvere dei nomi e degli eventi / con le parole, poco badando al loro / e nostro svanire, scintillando”. Non può far riposare lo sguardo sul paesaggio americano che lo circonda, anche se la tentazione di “costruirsi per sempre una casa nella Natura” è forte; c’è un luogo a cui tornare sempre, e nel momento in cui gli uomini reinventano continuamente i confini geografici è la mappatura emotiva a ridefinire l’idea e l’anima stessa di una patria.

Czesław Miłosz, “Trattato poetico(1957), traduzione di Valeria Rossella, pp. 115, €16, Adelphi, 2012
Voto: 4/5


6.03.2012 4 Commenti Feed Stampa