Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > L’anello rubato di Selma Lagerlöf

L’anello rubato di Selma Lagerlöf

di Alessandro Montagner

20110601123937_copertina_anelloIl Cimitero sotto la neve di Caspar David Friedrich fa da copertina a questa novella del 1925, introducendone il tema. È infatti in un cimitero del Värmland svedese che la vicenda ha inizio, quando, in una notte d’agosto del 1741, dalla tomba del generale Bengt Löwensköld viene rubato l’anello donatogli dal re Carlo XII in persona. Il generale è una figura leggendaria, quanto e forse più del re stesso, tra la gente del posto, che l’ha soprannominato Forte Bengt. Si raccontano molte storie su questo personaggio, “che visse ai tempi del grande re eroe, partì in guerra come semplice soldato e tornò come il famoso generale Löwensköld”. Non desta stupore, quindi, la voce popolare che vorrebbe lo spirito del battagliero generale dietro la scia di sventure provocate dall’anello.

È al patrimonio di leggende del nativo Värmland che Selma Lagerlöf, prima donna a ricevere il Nobel per la letteratura (1909), torna, quasi settantenne, per questa storia. La stessa tradizione orale cui già aveva attinto per la Saga di Gösta Berling, suo esordio letterario e primo successo internazionale. Il ‘tardo stile’ della Lagerlöf è caratterizzato dunque dal puro piacere della narrazione, declinato con la sapienza e la freschezza di alcuni grandi vecchi della letteratura. Perché è finta, come giustamente fa notare la quarta di copertina, l’ingenuità di questa storia di fantasmi. L’autrice se ne serve come filo conduttore di un romanzo che rappresenta in realtà un preciso periodo della storia svedese; l’anello stesso, dono di un re che il popolo ama e teme al contempo, simboleggia la dimensione soprannaturale quanto quella storica.

Al capitano Löwensköld, figlio del generale, è affidata quasi casualmente, con raffinata nonchalance, una riflessione profonda:

“A tavola, oggi a pranzo, ci siamo messi a parlare dei tempi della guerra. I miei figli e il loro precettore hanno cominciato a farmi ogni sorta di domande, perché ai giovani, si sa, piace sentir parlare di certe cose. Avrà notato, caro padre, che di quegli anni duri e difficili che noi svedesi abbiamo dovuto affrontare dopo la morte di re Carlo, quando la guerra e il crollo finanziario ci avevano ridotto in miseria, non si interessano mai: è sempre e solo di quella rovinosa guerra che vogliono sapere. Santo cielo, si direbbe proprio che ricostruire città interamente distrutte, impiantare fabbriche e fonderie, disboscare e coltivare, ai loro occhi non contino proprio niente. Credo, amico mio, che i miei figli si vergognino di me e della mia generazione, perchè abbiamo smesso di fare la guerra e di conquistare paesi stranieri. Sembrano giudicarci inferiori ai nostri padri, come se avessimo perso l’antico vigore degli svedesi”.

Dopo aver scritto romanzi ambientati a Gerusalemme come in Sicilia, alla fine della sua carriera la Lagerlöf torna al Värmland in cui era cresciuta, ai suoi abitanti e alla sua natura, dipinti con pennellate lievi ma precise. Con l’economia di un consumato artista le bastano alcuni tocchi per restituirci una società in cui ricchezza e potere offrono giurisdizione sulla vita altrui (oltre che, sembra suggerire il Forte Bengt, sulla possibilità di tornare dalla morte). Una terra in cui

i boschi erano vasti e i campi piccoli, i cortili grandi ma le cascine anguste, le strade strette ma le salite ripide, le porte basse ma le soglie alte, le chiese modeste ma le funzioni lunghe, i giorni della vita contati ma le preoccupazioni infinite

e in cui l’unica consolazione era offerta spesso da un camino acceso, davanti al quale raccontare storie.

Mentre le figure storiche troneggiano sullo sfondo, la novella è popolata dalla gente comune, e offre in particolare due protagoniste femminili memorabili. Donne minute, povere, svantaggiate, ma caparbie e dotate di grande forza: sono loro il vero cuore della storia, e spiace di non poterle incontrare di nuovo. Perché L’anello rubato, pur essendo fruibile a sé, è in realtà la prima parte della cosiddetta trilogia dei Löwensköld, l’ultima grande opera della Lagerlöf; non resta che sperare (o magari sollecitare) che Iperborea pubblichi anche la seconda e la terza parte: Charlotte Löwensköld e Anna Svärd.

Selma Lagerlöf, “L’anello rubato” (1925), traduzione di Silvia Giachetti, Iperborea, pp. 135, € 10,5, 1995 e 2011.

Giudizio: 4/5.


23.02.2012 1 Commento Feed Stampa