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Paura di Stefan Zweig

paura [1]Ci sono lettori che vanno in brodo di giuggiole per l’ultimo romanzo di qualche contemporaneo più o meno famoso e chi, come me, attende con ansia la ripubblicazione di ogni opera di Stefan Zweig, un autore straordinario, dotato di una sensibilità senza tempo, che non delude mai. Stavolta Adelphi ci consegna una copertina rossa come il sangue e ruvida come le consonanti del titolo originale, Angst: una parola meravigliosa che si conficca sotto il palato ed evoca il respiro mozzato dall’angoscia.
A spezzarsi sotto il peso della paura è la vita felice e priva di scosse della ricca signora Wagner —moglie di un giudice e madre di due figli— che si butta a capofitto in un’avventura con un giovane musicista di cui non le importa poi molto; una passione improvvisa che si tramuta in ricatto quando la donna dell’amante, volgare e sguaiata, del tutto estranea alla Vienna dorata dei coniugi Wagner, minaccia di rivelare tutto al marito di Irene, di smarcherarla: una prospettiva che le fa tremare le vene ai polsi e le rovina l’esistenza.
Zweig ci trascina nell’intimo di questa donna che, in preda al terrore di essere scoperta, si accorge di quanto sia stata superficiale la sua vita, fatta di incontri e conoscenze insignificanti, di conversazioni leggere e incombenze senza importanza: Irene Wagner non si è mai sforzata di conoscere veramente suo marito nè tantomento di costruire un rapporto con i suoi figli, cresciuti tra le amorevoli cure della servitù. A lei bastava che fossero lì, a interpretare i ruoli che gli aveva assegnato in quella sua vita così ben costruita, perfetta in ogni dettaglio: un susseguirsi di giornate sempre uguali, scandite dall’affetto del marito e dagli impegni in società, che la portano a desiderare qualcosa di diverso, di più eccitante, quel brivido di novità che, a contatto con la paura, si esaurisce di colpo e lascia Irene confusa e pentita, dimentica delle ragioni che l’hanno spinta tra le braccia di quell’uomo. L’amante appare come uno strumento, un semplice veicolo dell’avventura, un estraneo di cui non le è mai importato nulla e a cui non ha dato niente.
La paura di essere scoperta e messa in ridicolo di fronte a tutti quelli che conosce, ma soprattutto di fronte alla sua famiglia, la trasforma completamente, spingendola ad agire in modo insolito. Zweig ci mostra così i sorprendenti effetti (collaterali, anche gravi!) della paura, che agisce come una lente di ingrandimento e rivela i piccoli dettagli intessuti nella fitta trama della quotidianità, quelli che Irene aveva trascurato, quelli che l’avrebbero resa felice, se solo gli avesse prestato attenzione.
La paura ci spinge a scendere in profondità, ad allontanarci dalla pelle del mondo e a guardare nel nostro intimo, a scoprirci completamente dall’interno. La paura ci insegna quanto siamo fragili e meschini, costantemente soggetti all’azione del tempo e a quella di infinite e sconosciute variabili. Siamo esseri mutevoli e, una volta perso l’appiglio con i valori veri e con i sentimenti che ci appartengono, siamo inclini a commettere errori, a illuderci di poter tornare indietro, di poter riacquistare l’aspetto che avevamo in precedenza. Purtroppo però le azioni lasciano il segno, anche se dentro siamo ancora quelli di prima e ci sembra di essere stati abitati da un estraneo: un doppio che ha preso il nostro posto e ci ha messo la vita sottosopra prima di sparire una volta per tutte nell’oblio.
Zweig conosceva a menadito l’animo umano, così volubile e impalpabile, e ancora una volta il suo racconto mi appare come la descrizione perfetta di un meccanismo che ancora oggi funziona esattamente allo stesso modo, come un orologio. Ce lo vedo Zweig a curiosare nelle profondità dell’altrui e del proprio intimo munito di lenti e strumenti di precisione, pronto a rimettere a posto i pezzi mancanti e a far ripartire quelli ormai fermi.

Stefan Zweig, “Paura”, traduzione di Ada Vigliani, Piccola Biblioteca Adelphi, pp. 120, 10,00 euro, 2011.

Giudizio: 5/5