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Romolo il grande di Friedrich Dürrenmatt

di Martina Finelli

romolo-il-grandeSono le idi di Marzo del 476 e i germani sono alle porte di Roma: il ministro delle finanze è fuggito con le casse dell’erario —vuote!— per nascondere la bancarotta, gli archivi storici sono stati dati alle fiamme e l’imperatore Romolo è intento a contrattare con l’antiquario la liquidazione dei busti imperiali.
L’impero romano è andato: il popolo soffre e l’esercito si batte contro gli invasori mentre Romolo, tra una svendita e un pasto frugale, se ne sta in panciolle nella sua villa ad occuparsi delle sue amate galline.
Una scena a dir poco paradossale: Roma brucia e Romolo si dedica anima e corpo ai suoi pennuti!

Leggendo questo pezzo teatrale, grottesco e amaro al tempo stesso, si ha l’impressione di osservare una caricatura dell’Italia del presente, peccato che Dürrenmatt scrisse quest’opera più di 60 anni fa!
Per salvare l’impero o quel che ne rimane, Romolo è costretto a trattare prima con l’imprenditore tedesco Cesare Rupf, produttore di calzoni, e poi con lo stesso Odoacre, imperatore dei germani; un po’ come l’Italia di oggi, costretta a seguire le direttive europee per non chiudere i battenti.

C’è tutto ciò che ci riguarda in questa pièce —racchiusa in un libretto così piccolo e colorato da sembrare innocuo— tutto quello che ci assilla: la burocrazia soffocante, gli ideali di cui si sente tanto parlare ma che non si traducono mai in azioni concrete, il rifiuto dell’innovazione e del pragmatismo a favore di una tradizione ormai superata, vecchia e ammuffita, che non ha più alcuna ragione di esistere, l’italico attaccamento alla famiglia che finisce per scontrarsi inevitabilmente col perseguimento del bene comune.
Un impero soffocato dalla stretta delle contraddizioni, uno Stato che non ha alcuna speranza di risollevarsi, un paese in cui nessuno riesce più a credere, nemmeno chi dovrebbe guidarlo, una causa persa per cui non vale la pena di insistere, una patria ormai smantellata che aspetta soltanto di essere finita una volta per tutte, cosa che solo i grandi hanno il coraggio di fare, come ci ricorda Dürrenmatt.

Le possibilità sono soltanto due: o Dürrenmatt era un veggente o qualcosa di simile oppure noi non siamo mai cambiati, siamo rimasti il solito popolo inetto e prevedibile, che continua a commettere gli errori di sempre, dagli albori della storia.
Sentite questa frase, detta da uno dei pochi personaggi positivi di questa pièce: “in quest’epoca la ruffianeria è una virtù di fronte agli incredibili misfatti che si perpetrano contro l’umanità”. Non vi suona stranamente familiare?

Friedrich Dürrenmat, “Romolo il grande“, traduzione di Aloisio Rendi, Marcos y Marcos, pp. 128, 10,00 euro, 2011.

Giudizio: 5/5


18.01.2012 Commenta Feed Stampa