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Ultima estate in suol d’amore di Alma Abate

di Elisa Bolchi

es ultima estate CORRETTO:esecutivo SnobLa letteratura di migrazione è un fenomeno affascinante, perché ci mostra un punto di vista diverso su noi stessi, sugli altri, e quindi sul mondo e sulla vita.
Alma Abate è 2 volte migrante. La sua famiglia era migrante in Libia, dove lei è cresciuta come italiana e quindi come colona, in fondo. Ma, cresciuta a Tripoli, si è ritrovata migrante in Italia, dove è giunta scappando dalla dittatura di Gheddafi. Questo contesto rende il discorso postcoloniale della Abate particolarmente interessante, perché ci mostra un altro pezzo di Italia, che non conosciamo, e una faccia dell’Italia, quella di paese colonizzatore, che non vogliamo vedere, o che quantomeno facciamo il possibile per dimenticare.
Sembrano davvero ottime premesse, ma il mio giudizio sul suo romanzo Ultima estate in suol d’amore non è altrettanto positivo. Forse, a voler ben vedere, proprio a causa di queste premesse. Perché date le tematiche, vista la portata del discorso, i toni utilizzati sono troppo spesso forzosamente ironici e scherzosi, quasi si trattasse dell’aggiornamento di un blog più che di un romanzo. Lo sforzo dell’autrice di risultare simpatica a tutti i costi non premia. Per citare un solo esempio, se parlare di pelli lisce “come il sederino di un neonato” non si può perché è frase troppo sentita, trasformare l’espressione in «carni lisce quanto il sederino di un pargolo di recente immissione in questa valle di lacrime» è decisamente troppo. Troppe frasi fatte, troppe costruzioni retoriche la fanno spesso scivolare nella demagogia. Il libro si apre poi con uno stile che odora di melenso, con immagini un po’ troppo ‘poetiche‘ per apparire veritiere (il titolo stesso lo trovo un po’ stucchevole). Se non mi fossi imposta di proseguire nella lettura (cosa che sembra non aver fatto il correttore di bozze, ché la seconda parte del volume abbonda di refusi, purtroppo), non avrei nemmeno scoperto i pregi di questo lavoro, che sono quelli cui accennavo prima e che a mio parere Abate avrebbe dovuto trattare con più profondità e anche, perché no, più coinvolgimento. Invece il racconto postcoloniale, che a mio parere dà a questo romanzo la sua ragione d’essere (anche se giunti alla fine il “perché” di questo romanzo si fa più chiaro), si limita spesso a un afflato, uno sfogo emotivo subitaneo e presto concluso per lasciar spazio a una ricostruzione biografica a volte troppo miope e scritta con uno stile troppo confuso, che alterna un tono impegnato a un’ironia da copywriter (con buona pace dei miei amici copywriter), che vorrebbe essere più pungente, ma risulta a volte ingenua e fuori luogo. Vero, la Abate lo dice chiaramente: «E noi, nati a Tripoli a guerra finita? Noi a metà strada tra campanili e muezzin, tra lasagne al forno e cous cous, tra le crociate e l’Islam, mezzosangue in bilico tra più culture senza conoscerne una, invasori sporchi e colonialisti, noi? Accidenti al raptus da divagazione. È della storia di quell’ultima estate che mi devo liberare, non della storia del mondo». Accidenti lo dico anch’io, che avrei tanto voluto leggere di quell’ultima estate, sì, ma inserita nella storia del mondo.
In generale il merito dell’opera è quello di portarci all’attenzione tematiche che siamo troppo abituati a dimenticare, e di farlo dal punto di vista di “una di noi”. Dove però quel noi ha la forza della storia: «Noi, sepolti belli vivi e pulsanti sotto una coltre d’indifferenza spessa quanto il bacino del Mediterraneo, accantonati senza colpo ferire neanche fossimo spazzatura, per via di un marchio di fabbrica diventato obsoleto su entrambe le sponde.» Accidenti al raptus da divagazione lo ripeto io, ancora una volta, perché se tutto il romanzo avesse avuto la potenza di queste due pagine dalle quali cito sarebbe forse riuscito a far parlare maggiormente di sé e a togliere un po’ più di terra da quelle sepolture forzate. Un’occasione mancata? A mio parere sì. Forse però, superato l’autobiografismo che in fondo è tipico della prima fase della scrittura migrante, la Abate potrebbe esaminare il suo vissuto, ormai ordinato e catalogato, per spingersi verso una riflessione più compiuta. Non prima, però, di aver preso una decisione chiara sullo stile che intende adottare. Restiamo in ascolto.

Alma Abate, “Ultima estate in suol d’amore“, pp. 313, 16,50 euro, Neri Pozza, 2011.
Giudizio: 3/5


22.12.2011 Commenta Feed Stampa