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Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan

di Chiara Biondini

anteprima-il-tempo-e-un-bastardo-il-geniale-p-L-FOQBZ-Pastiche. Metaromanzo. Gran casino? Jennifer Egan sforna un libro in cui mette tutto, e di più. Una sorta di frullato, il risultato di un Minimiper letterario. Chi più ne ha più ne metta. Cambia il registro, lo stile, il punto di vista, viene usata la narrazione in prima e terza persona, e anche quella in seconda persona, che è insolita e che – personalmente – ho trovato irritante dopo poche pagine. Egan utilizza lo stratagemma che sembra essere più in voga, ultimamente: scrivere i capitoli come pezzi a sé stanti, frammenti di un collage o di un patchwork, che esistono in modo indipendente, ma allo stesso modo creano un disegno perché tutti uniti da un comune filo narrativo. I personaggi, che siano discografici, segretarie, assistenti, adolescenti, ragazzine, hanno tutti l’aura (e non l’aria) del loser: si portano dietro il fallimento, come un segno inconfondibile, una cicatrice. Mentre leggiamo di loro già sappiamo che non ce la faranno, che proveranno a raggiungere una sorta di stabilità, un qualche tipo di pace, e che si ritroveranno solo più vecchi e più stanchi.  Egan pare essere una studentessa volenterosa, di quelle che – quando gli viene commissionata una ricerca – tornano armate di tesina, ovviamente corredata da foto, documenti, prove video e simulazione in miniatura. E’ una donna con molto da dire, te la immagini mentre – seduta al computer – batte forsennatamente sui tasti per essere certa che ogni idea, ogni spunto, ogni piccola immagine finisca sul monitor, e da lì sulla carta stampata. Il troppo stroppia e a volte fa sorridere, per una sorta di lieve accondiscendenza. Lo hanno già detto in molti, e io lo ripeterò: il capitolo simil-Foster Wallace è stato un auto-gol. Non perché scritto male, ma perché scritto in un modo che (io credo) apparterrà sempre e solo a Davide Foster Wallace, ogni altro tentativo sarà pallida imitazione che potrà suscitare al massimo un debole sorriso e una pacca sulla spalla. Il filo conduttore del tutto, insieme al fallimento, è ovviamente la musica, e di conseguenza il successo, il labile, fragile, ingannevole spettro del successo. Il business dell’industria musicale è una schiacciasassi, difficile non restare ingoiati e triturati nel meccanismo. Le vicende di Benny Salazar, e Sasha, e tutti gli altri, ruotano in fondo intorno a tutto ciò che vorremmo e non riusciamo ad ottenere, si muovono lungo il tempo e ci portano ora nel passato, ora in futuro narrato attraverso una presentazione in Power Point (originale, ma non troppo, forse il simbolo di ciò che diverremo: una serie di diagrammi, simboli e linee che uniscono concetti svuotati dall’inutilità e ridotti all’osso). “Il tempo è un bastardo”, vincitore del Premio Pulitzer, non è un capolavoro, (e infatti il Premio Pulitzer non è il National Book Award n.d.r.); è un libro ben scritto, denso, interessante, colmo di rimpianti e cose che vanno per il verso sbagliato. Non proprio una botta di ottimismo, ma questo a Jennifer Egan va riconosciuto: ha dipinto il quadro per ciò che è. Un luogo colmo di luce, così come di crateri.

Jennifer Egan, “Il tempo è un bastardo”, (ed. or. 2010, trad. Matteo Colombo) pp. 350, 18,00 euro, Minimum Fax, 2011.

Voto: 4/5


13.12.2011 2 Commenti Feed Stampa