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Igiaba Scego, La mia casa è dove sono

di Elisa Bolchi

IgiiabaIgiaba Scego è una scrittrice di letteratura di migrazione di seconda generazione. Tra le prime in Italia, ché il nostro paese è da pochi anni in grado di “ospitare” migranti, dato che fino a pochi decenni fa ne produceva soltanto.
Il suo non è uno stile ricercato, accattivante, sofisticato. Ma ce se lo si può permettere quando si ha una storia da raccontare. Igiaba scrive in maniera semplice e genuina, come in un racconto di famiglia alla tavola di Natale. Forse grazie al fatto che la cultura orale è parte integrante della sua storia, della sua vita. Igiaba nasce a Roma, infatti, ma da genitori somali, e in particolare da una madre somala che, come ci racconta nel libro, quando partorisce Igiaba è sola a Roma: i due figli grandi sono rimasti chissà dove a Mogadiscio, il marito è al lavoro, e la madre si trova per la prima volta alle prese con un travaglio e un post parto in ospedale, lasciata sola, una volta dimessa, senza l’abbraccio della sua gente, che in Somalia l’avrebbe scaldata, aiutata, protetta per quaranta giorni nei quali lei avrebbe solo dovuto entrare in sintonia con la sua bambina. E invece Igiaba arriva in una Roma difficile, inospitale, troppo ricca per dei profughi. La madre di Igiaba non sa scrivere, ma è una grande narratrice di storie, e forse questo stile semplice e quasi infantile, a tratti, le viene da lì, da quella sua parte di storia. Perché la storia di Igiaba non è solo una, lei è un insieme di storie. E La mia casa è dove sono è proprio la ricostruzione di una mappa tutta personale per capire chi è, Igiaba, dove è nata, dove è vissuta, e cosa fa parte di lei. Lo fa tracciando la mappa di Roma, il che rende accattivante il libro per un italiano, ancor più per un romano, e ancora di più per un romanista, almeno quando parla delle sue domeniche all’Olimpico.
Ma il suo è un romanzo che interessa tutti gli italiani per come ci fa aprire gli occhi sulla realtà dei migranti in Italia oggi e sul passato coloniale dell’Italia, che sembriamo aver rimosso dalla memoria e dalla storia. In un’epoca di studi postcoloniali, l’Italia si chiama fuori, dimentica il proprio passato e studia quello degli altri. Chissà perché: forse perché il passato coloniale dell’Italia appartiene a un’epoca, quella fascista, non cara al paese, e che gli italiani – in gran parte, almeno – faticano ad accettare. E così come la Costituzione ripudia il fascismo, la cultura italiana ripudia ciò che il fascismo ha fatto.
La Scego ci aiuta a ricordare, a ricordarci del fatto che se oggi la Somalia è in guerra, se la gente deve fuggire dalla Somalia, se l’Italia è piena di profughi clandestini che faticano poi a integrarsi, trovare lavoro, e crearsi una vita, è anche responsabilità nostra e forse, ogni tanto, ce ne dovremmo ricordare.
Il suo romanzo però non è un’accusa. Anzi, è intriso di sensualità, carnalità e natura. La sua è la voce di una donna che sente tutto l’istinto femminile. Quando si diventa madri ci si accorge della potenza devastante della natura, di come nonostante tutti i nostri trucchi, e le nostre diavolerie, non siamo che animali messi su questa terra per riprodurci e difendere i nostri cuccioli fin da quando non sono che un’idea. Nella narrazione della Scego ho ritrovato questa forza dirompente, non legata alla riproduzione ma alla vita stessa, al rispetto del corpo come elemento centrale della vita, e quindi al rispetto della vita stessa. Con Igiaba Scego si riscopre Roma, si riscopre la nostra storia, e ci si riscopre esseri umani. Decisamente una buona lettura.

Giudizio: 4/5

Igiaba Scego, “La mia casa è dove sono“, pp.162, 16,50 euro, Rizzoli, 2010.


11.12.2011 Commenta Feed Stampa