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Rabbia a Harlem di Chester Himes

di Martina Finelli

Rabbia a Harlem“Sotto la superficie, nelle acque scure di luridi casamenti, una città di gente nera convulsa in un vivere disperato, come l’insaziabile ribollire di milioni di pesci cannibali affamati. Bocche cieche che divorano le proprie stesse viscere. Ci infili una mano e tiri fuori un moncherino.
Questa è Harlem.”

Bastano poche righe per entrare nel mondo di Chester Himes, nel suo quartiere nero. Un posto dove è bene tenere sempre gli occhi aperti e non fidarsi di nessuno, perché su queste strade buie e puzzolenti niente è come sembra e anche una suora che chiede l’elemosina può rivelarsi una minaccia.
Sembrerebbe un libro spaventoso, ma non è così. Himes riesce a denunciare il disagio sociale della gente di colore, che vive ai margini della legge dei bianchi e dell’ordine costituito, senza puntare il dito o fare la morale. Gli basta sbatterci in faccia questi dettagli così vividi, cupi e grotteschi insieme, che rendono quasi poetico il mondo spietato e corrotto in cui è ambientato questo primo episodio del ciclo di Harlem.

A dirla tutta ero un po’ scettica, non credevo che mi sarebbe piaciuto. Non sono una fan dei romanzi di genere, ma qui ho trovato soltanto un bel romanzo: un’avventura rocambolesca, con tanto di fughe improvvisate e travestimenti assurdi, che ruota intorno a una truffa ai danni di un uomo ingenuo con una testa lucida e nera come una palla otto e al baule pieno di pepite d’oro della sua donna dalla pelle color banana.
A mettere le cose a posto ci pensano Ed Bara Johnson e Jones Beccamorto, due detective neri al servizio dei bianchi, che fanno a meno della diplomazia e mantengono l’ordine con l’assistenza costante delle loro grosse pistole luccicanti. I due poliziotti fanno da intermediari tra la gente di Harlem e la giustizia di quella società che si trova al di fuori del ghetto e delle sue regole.

Nonostante l’ambientazione, tutt’altro che allegra, questo romanzo mi ha lasciato un retrogusto piacevole e colorato e il merito è tutto della scrittura di Himes, talmente immaginifica da sembrare disegnata.
“Sensuali voci da blues sgocciolavano appiccicose tra i richiami selvaggi di sassofoni lamentosi, trombe laceranti e pianoforti imbizzarriti.”
Sono immagini come queste che aggiungono la potenza visionaria dell’arte a una storia di gente senza scrupoli e senza speranza che si aggira più o meno furtivamente nella Harlem costruita dalla lingua guizzante di Chester Himes.

Rabbia a Harlem” è quello che si definisce un page-turner, uno di quei libri che ti tengono incollato alle pagine fino alla fine. Avvincente e scritto con grande maestria. Ultima delle “Tre vite difficili” narrate da James Sallis nel suo splendido e  breve saggio sull’epoca d’oro dei paperbacks (Giano, 2004), Chester Himes possiede doti più ambigue rispetto a Goodis e Thompson: non perdetelo!

Chester Himes, Rabbia a Harlem“, pp. 319, 10,00 euro, Marcos Y Marcos, 2011.

Giudizio: 5/5


29.09.2011 2 Commenti Feed Stampa