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La terra dei gelsomini di Gilbert Sinuoé

la terra dei gelsomini“Cerco protezione nel Signore dell’alba nascente, contro il male degli esseri che Egli ha creato, contro il male dell’oscurità quando essa diventa più profonda, contro il male delle streghe che soffiano sui nodi, e contro il male dell’invidioso quando prova invidia.” Sura 113, detta El-Falaq

Ho finito di leggere questo lungo romanzo il 23 settembre. La sera dello stesso giorno ho acceso la televisione per vedere i titoli del telegiornale. E la prima notizia era: “Abu Mazen alle Nazioni Unite. Chiede il riconoscimento della Palestina come Stato, con capitale Gerusalemme Est. Grandi applausi, ma sembra già chiaro che gli USA porranno il veto.” Eccetera eccetera. Sono rimasta immobile per qualche secondo. Ho fissato la copertina del libro, posato sul mobiletto, in attesa di essere recensito. Mi è parso per un attimo di essere all’interno di quei momenti in cui tutto combacia, in un certo senso. Gilbert Sinoué conclude la sua narrazione nell’anno 1956. Sono passati 55 anni e praticamente nulla è cambiato. E tutto è cominciato ancora prima, all’inizio del XX secolo. Medio Oriente. Una terra così affascinante, densa di tradizioni, culture, popoli, credenze, rituali. Immenso focolaio di umanità, teatro di molte tragedie. Molti dominatori si sono succeduti sul suolo orientale, ognuno di essi facendosi forza di un diritto inesistente. Spesso nascondendosi dietro la bandiera del buonismo: io, nazione evoluta, insegnerò a questo ammasso di tribù come si diventa un paese civile. “La terra dei gelsomini” è un libro colmo di fatti, narrati in un preciso ordine cronologico, e non potrebbe essere altrimenti. Sinoué dà il via – con questo romanzo – a una trilogia dedicata all’Oriente, allo stesso tempo così vicino e lontano da noi. L’autore, nato in Egitto da madre francese e padre egiziano, ben conosce i delicati meccanismi che muovono gli equilibri esistenti tra diverse culture, differenti religioni, modi opposti di concepire la vita. E’ evidente il lavoro scrupoloso che è stato eseguito, la ricerca storica; le fonti citate sono molte, le note brevi ed esaustive aiutano il lettore a calarsi ancora di più all’interno della storia, che vede cinque famiglie di diversa provenienza – palestinese, irakena, ebrea ed egiziana – crescere sullo sfondo di un continente complicato.

Sinoué è bravo nel trasportarci ora tra i potenti, che si spartiscono il Medio Oriente né più né meno come si spartirebbero il risultato di una battuta di caccia, ora tra la gente comune, in mezzo a quel popolo che vive in terra di Palestina da centinaia di anni e se la vede strappare, dividere, sezionare. Ambasciatori e negozianti, primi ministri e ragazzi adolescenti, generali e sovversivi, musulmani, ebrei, cattolici, una girandola di personaggi che l’autore segue lungo il corso del tempo, riuscendo in pieno a dimostrare come da un sassolino possa nascere una valanga. Il meccanismo è semplice: tu fai un torto a me, io per dimostrare di non essere debole ne faccio uno più grande a te, che allora colpirai non solo me ma anche i miei cari, e ciò che rappresento, e allora io – per non essere da meno – dovrò colpire ancora più duro. Ed ecco che la valanga è partita, apparentemente inarrestabile, un fiume di odio che lungo la sua corsa fagocita tutto e tutti.  Dalla narrazione di Sinoué si evince abbastanza chiaramente come la colpa di tanto dolore, di tante guerre e di tanti spargimenti di sangue, sia da dare in gran parte alle cosiddette nazioni civili, Inghilterra e Francia su tutte, ma anche Stati Uniti d’America, Italia e Russia, che dall’alto della loro grandezza si permettono di decidere il destino di popoli che non conoscono.

La dichiarazione Balfour [1], del 2 novembre 1917, che “…considera con favore l’insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e impiegherà ogni sforzo per facilitare la realizzazione di questo obiettivo, pur essendo chiarissimo che nulla verrà fatto che possa ledere i diritti civili e religiosi delle collettività non ebraiche esistenti in Palestina…” è il primo sassolino lanciato giù dalla montagna. Di là all’odio, il passo sarà anche troppo breve.

Questo è un libro scritto in modo scorrevole, in un modo per molti versi rassicurante, perché pur parlando di immensi dolori e profonde fratture, lo fa con un linguaggio pacato, che non turba e non sconvolge, e soprattutto, con una scrittura che si mantiene entro binari prestabiliti.

Ormai ho imparato a riconoscere i libri come questo: le famiglie sono sempre unite, gli amori sono sempre splendidi e assoluti, i figli sono devoti e – se mai ci fosse qualche incomprensione – di certo parlando si troverà una soluzione. E’ un po’ il meccanismo delle sit-com, di quelle commedie che fanno bene al nostro cuore, perché ci mostrano sì il male, ma sempre in un modo quantomeno tollerabile, perché contornato da purezza di sentimenti. Non fraintendetemi: i cattivi all’interno di questo libro ci sono, ed è ovvio dato che narra di eventi storici realmente accaduti, e che questi eventi sono colmi di potenti che si sono arrogati  il diritto di uccidere, bombardare e devastare. Il fatto è che il tutto è attraversato da una patina di buoni sentimenti, amicizie sempre leali,  e cose del genere. I più si sentiranno a casa; io invece provo un leggero disagio perché mi dico che il mondo, il mondo vero, ahimè non è questo. Il bianco non è lindo e abbagliante ed il nero non è oscuro e maligno. Il mondo, mi dico, è fatto di mezzi toni, di sfumature, di luce che sfuma nell’ombra, di tenebra che lambisce il giorno. Ecco cosa manca a questo libro, per renderlo non  un buon libro ma un libro degno di essere ricordato: i mezzi toni.

Gilbert Sinoué, “La terra dei gelsomini” (ed. or. 2010), pp. 446, 18 euro, Neri Pozza, 2011.

Voto: 3/5