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Nero oceano di Stefán Máni

di Enzo Baranelli

nero-oceanoPubblicato in Islanda nel 2006, questo “capolavoro” (secondo la rivista Lire) arriva nel 2011 in Italia: certo dall’Islanda a qui la strada è lunga, ma è più probabile che, premiato in Francia nel 2010, il libro abbia attirato le attenzioni di altri editori, salvandolo dall’oblio a cui sarebbe giusto fosse relegato. Scritto in modo dilettantesco, senza una vera trama, “Nero oceano” è una delle peggiori letture in cui mi sono imbattuto da svariato tempo. Subito ci troviamo di fronte a “perle” letterarie: “Nessun bene dura per sempre. Il male, invece, è eterno”… wow! Ecco perché lo paragonano a Lovecraft, niente di meno: non scherzo, sulla quarta di copertina abbondano i giudizi entusiasti (tutta gente appena tornata dalla Giamaica, probabilmente, e che ha letto il libro in loco). Per quello che riguarda l’erotismo Máni se la cava alla grande: “E si scoperebbe le due puledre fino a far loro uscire lo sperma dagli occhi umidi di lacrime”. Così proseguendo la lettura tra spezzoni di vita che (lo sappiamo prima di aprire il libro) convergeranno su un cargo, ci dobbiamo scontrare con quei bei nomi islandesi che fanno la felicità di un tipografo. “Hrafnhildur tesoro…”: è difficile restare seri in certe situazioni, come messo in evidenza dall’ironia del divertente romanzo “Toxic” di Helgason, ma qui l’ironia scarseggia, superata da nomi che sembrano codici fiscali.

La caratteristica più interessante dell’opera non è sicuramente la costruzione della trama e neppure la descrizione dei personaggi, operazioni di cui l’autore pare incapace, ma l’accurato racconto della vita e dei movimenti di un cargo che vengono riportati con la giusta passione, frutto di esperienza e ricerca. A tratti la scrittura di Máni si trasforma in una piccola prova saggistica, e non sarebbe neppure tanto terribile, ma questo, purtroppo, nelle intenzioni dell’autore voleva essere un noir e ripiombiamo nella narrativa, dove abbondano immagini che superano la fantasia più sfrenata come il “catrame gelido” di pagina 301. Oppure l’autore ci delizia con descrizioni scatologiche di rara fattura: “Cacare in aereo gli è sempre piaciuto, ma in nave è ancora meglio […]. L’ano si apre e libera un monolito delle dimensioni di un salame”.

Per poter invocare l’orrore come parte del romanzo, l’autore ricorre a scene al limite del ridicolo: il comandante trova un bambino morto nella sua cuccetta, orrore, paura, delirio! Sei righe e si scopre che è un sestante. Scrivere non è semplice, ma la faccenda si complica quando, senza alcun talento, si cerca il sensazionale a tutti i costi. Dimenticavo: il fuochista è un “devoto di Cthulhu” (sic). Certo, certo… capisco che questo è un testo che Mrs. Bryndís Lofstdóttir “ha letto con avidità e, più di una volta, ha quasi strappato le pagine per procedere più rapidamente…”; io invece le pagine le avrei strappate in blocco per buttarle in un cestino. Quando un editore arriva a mettere in quarta di copertina il giudizio di Mrs. Lofstdóttir vuol dire che è proprio alla frutta.

Le parole più ripetute in questo romanzo sono: “Bum, bum, bum…”, a volte sostituite da “Plum, plum, plum…” e, attenzione, a pagina 320 abbiamo: “Clac, clac, clac…”: il lettore le ricorderà come le parti più riuscite dell’opera. Opera… be’, insomma, questa cosa.

Stefán Máni, “Nero oceano”, (ed. or. 2006), pp. 379, 16,90 euro, Marco Tropea Editore, 2011.

Giudizio: 1/5.


14.08.2011 2 Commenti Feed Stampa