Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > L’evoluzione di Bruno Littlemore di Benjamin Hale

L’evoluzione di Bruno Littlemore di Benjamin Hale

di Elisa Bolchi

brunolittlemore2Il Calibano moderno.

Di solito è meglio diffidare degli scrittori critici di se stessi. Ma quando Benjamin Hale definisce L’evoluzione di Bruno Littlemorelo spettacolo da baraccone che è il mio romanzo” non potremmo essere più d’accordo. Nel bene e nel male.

Questa sorprendente e a tratti sconvolgente opera prima inizia con i toni di uno studio scientifico, con raffinati riferimenti linguistici, glottologici e semiotici che si inseriscono con equilibrio nella narrazione, senza appesantirla ma anzi ricamandola con vezzi di assoluta originalità. Questo perché Bruno, che ci racconta la sua vita, è uno scimpanzé che ha imparato a parlare immerso nella scienza, e quindi sembra conoscere solo il linguaggio ricercato e forbito che le appartiene. Un po’ come sentir parlare uno studioso della nostra lingua che non è mai vissuto nel Belpaese: la sua parlata somiglia più al Manzoni che al nostro vicino di casa.
È proprio questo tratto a rendere unico l’inizio di questo romanzo, e soprattutto a permettere a Hale di esplicitare le sue passioni e le sue conoscenze senza pedanteria e facendoci affezionare tanto a Bruno da renderci la lettura del romanzo più che piacevole, quasi necessaria. Bruno diventa un amico, un pezzo delle nostre giornate dal quale ci si stacca a fatica tanto è bello e divertente starlo a sentire.
C’è però un “dopo”, un momento di svolta nella lettura. Se fosse una serie tv lo definiremmo quasi un salto dello squalo, in cui il delicato equilibrio che avevamo imparato ad apprezzare viene meno. Tutto si mischia, tutto succede. I fatti che inizialmente erano così realistici, tanto da farci seriamente pensare a una “storia vera” diventano paradossali, onirici, quasi felliniani. Si entra definitivamente nella finzione, dove tutto è possibile – come in uno spettacolo da baraccone, appunto – e dove quelle che un critico un po’ pignolo potrebbe chiamare sviste sono forse licenze per narrare una storia fantastica.
Quello che sorprende lungo tutta la lettura è come attraverso Bruno, lo scimpanzé, Hale ci racconti l’umanità. Non solo la razza umana, come sembra fare da principio, quando ritroviamo nelle movenze, negli atteggiamenti e nei pensieri di Bruno quelle stesse movenze, atteggiamenti e forse anche pensieri che sono propri dei nostri cuccioli di uomo (chi non pagherebbe per sapere cosa passa per la testa di un bimbo che scopre il mondo per la prima volta? Benjamin Hale sembra riuscire a raccontarcelo e quindi a rivelarcelo una seconda volta), non solo la razza umana, dicevo, ma l’umanità intera, che entra in gioco in quella che ho voluto definire la seconda parte della narrazione. Quella del “dopo”. Dopo che cosa sarà chiaro a chi vorrà leggere il romanzo. Perché quando Hale sembra perdere il senso della misura, del reale, del possibile, ci sta in realtà mostrando l’umanità intera. E lo fa guardando il mondo come attraverso un colorato caleidoscopio – così in fondo deve apparire la complessa realtà umana moderna a un primate appena evoluto – e filtrando tutto attraverso l’arte, o meglio attraverso l’artista per eccellenza: William Shakespeare. Come a dire che è impossibile raccontare l’umanità senza ripercorrere le parole del bardo, che tra i primi la raccontò con una tale potenza da restare insuperato.
Il senso di tutto il romanzo – e forse dell’evoluzione stessa – non è forse racchiuso nella celebre citazione dalla Tempesta con cui si chiude il romanzo? “Mi hai insegnato a parlare come te, e quel che ci ho guadagnato è questo: ora so maledire”.

Un esordio davvero eccellente, che Hale, temo, faticherà a eguagliare con un secondo lavoro. Intanto godiamo di questo romanzo educativo, divertente e profondo come pochissimi in circolazione.

Benjamin Hale, “L’evoluzione di Bruno Littlemore“, pp. 544, 21 euro, Ponte alle Grazie, 2011.
Giudizio: 5/5


1.08.2011 Commenta Feed Stampa