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Zagreb di Arturo Robertazzi

Aìsara è una casa editrice di Cagliari nata nel 2006 per iniziativa del tipografo Ignazio Ghiani. Pubblica belle cose e fa bei libri con copertine disegnate da Igort. Fiore all’occhiello è André Héléna, di cui sono in programma diciotto opere (dieci già uscite). Di Héléna parleremo presto. Intanto, ci occupiano di Zagreb, opera prima del napoletano Arturo Robertazzi [1], classe 1977, un chimico che ha vissuto a Cagliari e oggi vive a Berlino. Zagreb è una storia di guerra. E’ ambientata nella Jugoslavia del 1991, ma potrebbe essere ambientata ovunque. I riferimenti alla ex Jugoslavia sono pochi, solo quando davvero necessari. E’ una storia universale sugli amici che diventano nemici, e non lo fanno per scelta.

Un giovane che ha perso ogni umanità racconta in prima persona. Vive nella Base, una fabbrica abbandonata e trasformata in un lager che, per atmosfere e disumanizzazione degli abitanti, mi ha ricordato l’ex Manicomio in cui sono rinchiusi i ciechi di Saramago. Qui lui e altri come lui, sotto la guida di un Comandante (noi), imprigionano e poi uccidono nemici (loro).
Puntare. Mirare. Sparare.
Lo fanno per la Grande Nazione.
Ammazzarli era più facile. Premevi il grilletto, li vedevi cadere e il gioco era fatto. Seppellirli era tutta un’altra cosa: trascinare i corpi era faticoso, era faticoso scavare una buca nel fango, posizionarli in modo che occupassero meno spazio possibile“.
E’ un’umanità che fa orrore, persone che torturano e uccidono perché è questo che fanno ogni giorno, e lo fanno senza più chiedersi perché. Nessuno sopravviverà, anche chi sopravvive alle pagine del libro ha chiaro il suo destino di morte.
Flashback dosati con talento raccontano una storia d’amore, di un amore ingenuo, bambino. Lui, il protagonista, non è riuscito mai a dichiararsi. Dražen, il suo più caro amico, provava ad aiutarlo. Lei, Darka, la cameriera del bar dove andavano, sorrideva ma sfuggiva. Una storia normale, una storia accaduta a ogni adolescente. Solo che oggi Dražen e Darka sono loro e sono nella Base, e il protagonista è noi.
E noi sono anche il Cane, ragazzo crudele e Picche, completamente matto, che proprio perché matto è l’unico a cui il narratore affiderebbe la sua esistenza: “giaceva nel fondo della sua intermittente follia un seme d’umanità scampato alla devastante forza della guerra“.
E noi è anche “sì, sì” Emir, personaggio indimenticabile,  il bambino cecchino fiero della sua infallibilità, che si domanda se anche lì, in Italia – l’Italia è vicina – se anche lì c’è la guerra. E gli rispondono no, e lui si chiede: “Ma se non c’è la guerra cosa si fa? Se non c’è la guerra i bambini cosa fanno?
Un libro sull’odio, sull’amore e sull’amicizia  – mai banale – scritto in uno stile limpido, asciutto, elegante nel quale non ci sono eroi e alla fine nemmeno carnefici, solo vittime. A Zagreb alla fine perdono tutti.

Arturo Robertazzi
Zagreb
Aìsara editore 2011
124 pp, 14€
Giudizio: 5/5