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New York 1916 di Beatrice Colin

di Chiara Biondini

Beatrice ColinGuardò la chiatta su Gowanus Canal attraccare sotto un argano e cominciare a scaricare. Una donna uscì sul ponte cantando. E quello che lui aveva scambiato per un piccolo albero maestro marrone di colpo si mosse. Aveva le orecchie e il muso. Sotto i suoi occhi venne aperta la stiva: l’animale fu assicurato con qualche corda e issato. “Per la miseria” sussurrò Monroe. Era una giraffa. Una giraffa vera, tutta zampe e collo, marrone e dorata contro il brillante cielo azzurro. Fu tirata su e depositata dolcemente sulla banchina, dove un uomo era in attesa con una balla di paglia. Poi fu il turno di una gabbia di pappagalli, tre cavalli bianchi e un asino: la chiatta trasportava un circo itinerante. La vita è una serie di splendidi momenti inaspettati. Se questa fosse musica, si disse fra sé, sarebbe jazz.

Monroe si guardò intorno, cercando qualcuno, chiunque, con cui condividere la scena. Ma non c’era nessuno, a parte la signora canterina e il tipo che manovrava l’argano, oltre al suono solitario della tramontana che cominciava a soffiare dai Narrows”.

I ringraziamenti di Beatrice Colin alla fine del libro spiegano già tutto in maniera egregia. Il senso di questo libro, ben scritto e denso di eventi, che sceglie di mettere sotto i riflettori una città famosa oltre ogni dire, ma collocata in un periodo storico di cui non si è parlato poi molto. New York nel 1916 è una città ancora fortemente attaccata al diciannovesimo secolo, e allo stesso tempo smaniosa di gettarsi nel ventesimo. Smaniosa di alcuni cambiamenti, timorosa di altri.

Sull’altra sponda del mondo, in Europa, si combatte e si muore nella Grande Guerra. A New York c’è ancora tempo per bearsi delle proprie ricchezze, per ballare, per scoprire nuovi suoni e nuove melodie, in un girotondo di canzoni, feste, ritrovi più o meno leciti.

Trame complicate si muovono sotto la superficie, razze, lingue ed etnie si mescolano, provocando sconquasso e – perché no? – amori folli e impossibili. Tre vite scorrono parallele in questa città dove tutto può succedere. Suzette che è anche Ines, ballerina che ruberà il cuore di Monroe che è anche Andreij, e poi Anna, intellettuale russa in fuga da un regime sull’orlo del fallimento.

Tra musica ed emozione, tra punti di vista che cambiano e si confondono, la Colin dipana una storia che – in fondo – parla sempre della stessa cosa: l’amore.

L’amore che non ci possiamo permettere, l’amore che inseguiamo e stringiamo al buio, per poi scacciarlo al mattino, l’amore per un figlio e quello per un uomo che sappiamo essere sbagliato. L’amore per la musica, per la pace, per la patria, l’amore per una donna che continua a sfuggire, a mentire, a non dire, spezzando il cuore ma non la tenacia di un sentimento, che caparbio riecheggia in canzoni, e melodie, e strofe perdute nel vento che lento percorre strade colme di buio.

Tre persone incroceranno i loro destini a quelli di molti altri, legati tutti da un filo pressoché invisibile, che corre lungo la trama, ora lasciandola libera, ora imbrigliandola, ora strattonandola e quasi strappandola.

La Guerra, la perdita, il rimorso, le scelte.

Esiste davvero l’amore che leggiamo nei libri? In libri come questo, che ci descrivono un sentimento che resiste a tutto, al tempo, alle delusioni, alle menzogne, semplicemente perché sa trarre forza da sé stesso. Ditemi: esiste, questo amore? O è un’invenzione di anime buone, anime caritatevoli, che vogliono in questo modo dirci che esiste una salvezza, che non tutto è perduto, che se esistono amori come questo allora davvero la vita ha un senso, ha un senso il tutto, il dolore, la menzogna, e la paura. Tutto si affronta, per amore? Tutto passa?

Io questo non posso dirlo, e non voglio, e un poco sorrido e scuoto la testa, a leggere di uomini come Monroe, uomini buoni, che fanno di un amore un tempio, un luogo sicuro nel quale riparare sé stessi, in attesa di quella gioia tanto sospirata. Sorrido e mi dico che la loro esistenza sulle pagine, sulla carta, è una consolazione sufficiente. Che forse un tale amore non lo conoscerò mai, ma sapere che esiste è di per sé un sollievo che può bastare a questo mio cuore fragile, in attesa che promesse troppo grandi vengano mantenute.

Beatrice Colin, “New York 1916”, (ed. or. 2010), pp. 442, 18 €, Neri Pozza, 2011.

Giudizio: 4/5


6.06.2011 Commenta Feed Stampa