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Zona di Mathias Énard

di Enzo Baranelli

zonaUn intellettuale seduto va meno lontano di uno che cammina” citato da “Un taxi per Tobruk”.

La scrittura del romanzo di Énard è simile a quella di Ellroy in “Sei pezzi da mille”, ma mentre l’americano sceglie un ritmo dettato da punti fermi e ripetizioni, qui il flusso dei pensieri è ritmato da virgole, lente pause, in un discorso più anfetaminico e potente. “Ulisse” di Joyce al servizio di una narrazione che attraversa i conflitti dei Balcani, la storia di quelle terre e di altre ancora fino a risalire al mito: Mathias Énard costruisce per il suo protagonista, Francis Servain Mirkovi?, un fitto flusso di coscienza con la cadenza del treno su cui sta viaggiando tra Milano e Roma. Una valigetta colma di segreti, una vita a cui ripensare nel momento che per lui rappresenta la cesura di quella vita, lo strappo finale della sua esistenza come agente dei servizi segreti francesi. L’autore mescola la storia (il testo originale è del 2008) in un movimento incessante. Siamo a Baghdad, siamo in Croazia: le striature rosse sul mondo, le sue ferite sono una delle trame principali del romanzo, impossibile non restare avvolti dalle fiamme delle guerre evocate da Énard.

A Beirut e al Libano è dedicato un racconto all’interno della narrazione, quando il protagonista, in treno, inizia a leggere un libro. Racconto nel racconto. E così all’infinito, come infinito appare il flusso epico e codardo di Francis, dove morte e paura corrono insieme al treno e inseguono la valigetta dei segreti nel suo viaggio. Continuando la corsa, incontriamo Malcolm Lowry sotto un altro vulcano, in lotta col suo demone più spietato. Il flusso continua, Burroughs a Tangeri, un archibugiere di nome Cervantes nella battaglia di Lepanto, ferito alla mano sinistra.

Énard corre sempre sul filo sottile del suo flusso di parole, l’onda si frange e il linguaggio esplode in un quadro di bellezza e terrore: “Tutti i movimenti nella Zona, flussi, riflussi, esuli che ne cacciano altri, a seconda delle vittorie e delle sconfitte, una danza sanguinosa, che siano repubblicani in Spagna, fascisti in Francia, palestinesi in Israele, tutti sognano il destino di Enea il troiano, gli sconfitti dalle città distrutte vogliono a loro volta distruggere altre città, riscrivere la propria storia, trasformarla in vittoria, altrove, più tardi”.

Il romanzo è anche un omaggio ai vinti, ai bistrattati, dimenticati. Le carneficine delle guerre sono pire alla memoria sotto la mano di Énard, duro e martellante nel suo infinito dialogo. Nel capitolo XIII continua il racconto letto da Francis, il massacro di Beirut da parte degli israeliani, le bombe al fosforo che sciolgono la carne, i cadaveri che invadono le strade. I numerosi riferimenti a Omero punteggiano l’opera come “l’aurora dalle dita di rosa”.

Norimberga, Hess, l’Aktion Reinhard, i campi di sterminio, l’Europa è scandagliata a partire dalla sua anima più oscura per arrivare ai conflitti nei Balcani e ai maneggi da spia nella “Zona” ovvero il Mediterraneo.

Francis è stanco, il suo fardello è pesante, voi che siete tutti molto cristiani, considerate la sofferenza di Francis il portatore di valigia, sprofondato nel suo sedile di prima classe, annientato dall’alcol dalla stanchezza dalle anfetamine dai morti dai vivi come se non riuscisse più a fermare il suo cervello i suoi pensieri il paesaggio nero che scorre i fantasmi che gli mordicchiano i piedi, toh ecco la luna, abbiamo squarciato le nuvole l’astro è al centro del finestrino, illumina l’Italia centrale dalle parti di San Giovanni Valdarno, città del Battista decapitato, a metà strada tra Firenze e Arezzo”.

Mathias Énard, “Zona”, (ed. or. 2008 – Actes Sud), pp. 489, 22 euro, Rizzoli, 2011.

Giudizio: 5/5


2.06.2011 1 Commento Feed Stampa