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Matthew Bourne’s Swan Lake

di Elisa Bolchi

È in scena il Tour italiano dello Swan Lake di Matthew Bourne, e nonostante il mio sdentato di 6 mesi, non me lo sono perso.

Bourne è il Baz Luhrmann del balletto. Da quando, nel 1995, è uscito il suo Swan Lake Bourne ha scritto una nuova pagina di storia del balletto. Il suo spettacolo è un inno alle migliori poetiche postmoderne: pastiche, metalinguaggio, black humour e non ultimo un trascendere dal genere trasformando i cigni in uomini e la storia d’amore in una scoperta e una passione omosessuale.
Pastiche perché Bourne utilizza le classiche musiche di Tchaikovsky per narrare una storia moderna, dei giorni nostri, e riscrivere in questa chiave la storia del Lago.
Non manca, come dicevo, il metalinguaggio, quando i ballerini in scena si recano a loro volta al balletto come spettatori e ne esce un siparietto davvero spassosissimo. Ma la grande innovazione è l’uso che Bourne fa dell’ironia. Non si limita ai costumi, alle scenografie (entrambi meritano comunque un plauso speciale), Bourne fa ironia con i passi di danza, strizzando l’occhio a chi parla il suo stesso linguaggio con un lavoro quasi semiotico e filologico, con passi classici e famosi come un verso di Dante presentati con improbabile – e quindi comica – svogliatezza, o con la rappresentazione della più banale coreutica classica con un taglio quasi da slapstik.
Tecnicamente ho visto tanti brutti piedi e tante brutte ginocchia, ma un uso di spalle, braccia e teste magistrale e un’interpretazione sentita e coinvolgente.
A teatro si ride, si sorride, si sghignazza a momenti, e ci si commuove, si sogna e si versa una lacrima sul finale. Uno spettacolo unico, che coinvolge tutti i sensi e che meriterebbe una nuova definizione della parola balletto.


30.11.2010 Commenta Feed Stampa