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Il sionismo è morto, viva il sionismo

di tamas

È piuttosto curiosa la polemica che infuria in questi giorni, come in occasione di ogni atto di guerra o terrorismo in Medio Oriente, riguardo a sionismo, antisionismo e antisemitismo (di quest’ultimo concetto non esiste il corrispondente positivo. O, perlomeno, non è all’ordine del giorno). È curiosa soprattutto perché a volte sembra ignorare un dato di fatto: ossia che il sionismo non esiste più, e che dunque parlare di entità sionista nel riferirsi ad Israele è quantomeno scorretto.
Facciamo chiarezza. Il sionismo è un’idea europea o, per meglio dire, eurotedesca: appartiene a quel mondo ebraico di lingua e cultura germanica che ha caratterizzato fortemente gli ultimi due secoli di storia europea e mondiale e che molto strettamente si è sentito vicino e solidale alle sorti della nazione tedesca, specie al tempo del mai troppo rimpianto Secondo Reich, cui non a caso gli ebrei di tutto il mondo (soprattutto quelli oppressi e minacciati dell’Impero Zarista) guardarono con affetto. Basterà citare, come prodotti notevoli della civiltà ebraico-tedesca, Marx, Freud ed Einstein, tre nomi che insieme hanno influenzato il mondo occidentale più di mille altri prima o dopo. Il sionismo, e non poteva essere altrimenti, appare dunque come un’idea tipicamente tedesca: è tedesca nella sua ambizione nietzscheana – quella di creare l’Uomo Nuovo, è tedesca nel suo afflato romantico e spirituale, legato tuttavia alla Terra (e per questo serviva che il rinnovato popolo ebraico ne avesse una propria), è tedesca nella sua pericolosa ingenuità, che ha potuto partorire la tesi secondo la quale ad un popolo senza terra andava attribuita una terra senza popolo. Poi, ovviamente, il sionismo è anche un progetto colonialista, che risente del clima culturale e storico in cui fu ideato: e chi l’accusa di razzismo per questo è in malafede o ignora verità basilari. Il sionismo è imperialista ed eurocentrico perché nato e cresciuto in un ambiente imperialista ed eurocentrico; si basa su indistinti e pericolosi miti comunitari perché quello era il clima dell’Europa Centrale in quegli anni, e non si conoscevano altri modi per costruire un popolo e una Nazione.
L’idea romantica e insieme rivoluzionaria del Sionismo si rivela negli esordi di Israele ed è consacrata dalla vittoria del 1948, impresa disperata ed eroica resa possibile non già da un intervento divino sulla falsariga di quelli del Vecchio Testamento, ma dall’Unità del Popolo e dalla Superiorità della Ragione, tutti concetti troppo mistici per essere davvero illuministi; in seguito, anche dopo l’ovvio divorzio con la tradizione tedesca, Israele si percepisce come un paese europeo e occidentale e come tale è percepito. D’altra parte, è europea la sua nascita, la sua storia, la sua leadership, è europeo il senso di colpa di chi sente di essere in debito verso gli ebrei e le loro rivendicazioni. Le cose cominciano a cambiare quando Israele si allarga, quando cambia il suo status, da comunità di eroi a potenza regionale, e soprattutto quando l’immigrazione non più soltanto europea muta il carattere askhenazita e progressista della popolazione. Oggi, stando ai dati, il 40% della popolazione di Israele è in effetti di origine sefardita, vale a dire di cultura arabo-ebraica, senza contare i falascià e altri gruppi minoritari; ciò significa, senza volerne fare ovviamente una assurda e ridicola questione “razziale”, che gli israeliani di oggi hanno poco a che fare con la Khazaria (“culla di Ario”, per Rosenberg) e in generale con l’Europa. Probabilmente anche l’occupazione militare di consistenti terre arabe, che dura da più di quaranta anni, ha avuto il suo peso nel cambiamento morale e spirituale dello Stato d’Israele, non più un Davide venuto dal mare che si erge di fronte ai giganti, ma un Colosso che schiaccia i suoi nemici sotto il proprio sandalo.
Israele, nel 2010 (e vista la tendenza demografica dei sefarditi la cosa sarà sempre più vera ed evidente), è un paese mediorientale a tutti gli effetti: non ha più nulla di tedesco o di romantico, ma si basa su una disinvoltura tutta levantina nell’oscillare tra chiagni e fotti, su un uso spregiudicato della forza e del potere di rappresaglia – anche preventiva, e su un continuo richiamo al proprio status di vittime che certo avrebbe disgustato gli artefici del primo Israele, imbevuti di Superomismo e di orgoglio di sé. Non che questa mutazione sia per forza una degenerazione: è soltanto un fatto, di per sé neutro. Allo stesso modo, è un fatto che l’Israele sempre più sefardita di oggi tragga la sua potenza dalle conquiste del sionismo, ma anche che le sfrutti secondo un’ottica molto più legata alla tradizione religiosa che a quella laica e, anche in campo religioso, a quella del Vecchio Testamento piuttosto che ai vari movimenti riformisti europei. In questo senso, giudichiamo Israele per quello che è: un paese mediorientale come gli altri, non più un intruso né un’importazione europea o occidentale. Non ha senso, dunque, né farne un faro della nostra comune civiltà né sostenere che gli estranei debbano essere ributtati a mare: Israele c’è, e si è ambientato bene. Il sionismo, invece, è ormai un fenomeno storico, e presto sarà tempo di valutarlo come tale, senza addebitargli colpe o meriti della contemporaneità.


10.06.2010 Commenta Feed Stampa