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Italian pizza, una storia d’amore

di Ludovica Anselmo

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Sono ormai mesi che gli occasionali guadagni cominciano a non giustificare il lavoro. All’inizio quella di aprire una pizzeria c’era sembrata un’idea eccezionale, poco originale certo -i soliti italiani all’estero- ma poi il socio m’aveva fatto leggere un menù dei nostri futuri concorrenti:
Scarpone (calzone).
Pizza hot (panna, carne macinata).
Pizza italia (con spaghetti alla carbonara).
Light (tacchino, formaggio ligth, funghi)
.
e c’eravamo convinti.
Razza di mistificatori. Principianti. Vi spezzeremo le ossa.
Invece, per qualche inspiegabile motivo, il gusto semplice e genuino della nostra vera mozzarella non aveva fatto nessuna presa sui palati fini di questi inutili mangiatori di pizze taroccate.
-Ma non credo che questa sia mozzarella.
-Come sarebbe a dire scusi?
-Questa qui non è mozzarella, la guardi: è filacciosa e ammolla la pizza, vede?
-Signora non è mica un crostino perlamiseria, la pasta deve cedere alla gravità ecchecazzo.
Il giorno seguente l’ostinata mi si era ripresentata col ghigno del vincitore morale sbattendomi in faccia una confezione di italian mozarela.
-Signora perdio, queste sono sottilette, ma non le vede? La mozzarella è tonda e bianca, è buona e fresca, le sottilette invece sono questa piastra gialla qua di volgare formaggio. Non è che se mettiamo un’etichetta olio extravergine al piscio questo cambia le cose eh, mi scusi.
A quel punto il mio socio mi aveva trascinato nel retro.
-Beviti un sorso d’acqua, calmati.
-Come sarebbe a dire calmati eh? Quella cretina non distingue una sottiletta da una mozzarella. Ma son robe da matti!
-Guardi che la sento signorina. Maleducata.
-Ignorante. Continui a mangiarsi le sue pizze di merda.
E niente, nonostante i tre pezzi al rosmarino offerti dal socio per metterci una pietra sopra, la strega se ne era uscita gridando vendetta.
-Dirò in giro che ci pisciate sulle pizze, vedrete.
Così, in preda allo sconforto, oggi decidiamo di andare a bere.
Dico cose superpositive ed avvincenti già dopo la prima birra, e non tanto per la birra in sé o per tirare su di morale il socio -in fondo l’idea della pizzeria è stata sua, io avrei preferito qualcosa di allegro ed alcolico, chessò, un bar con musica latinoamericana- dunque dal mio punto di vista se lo merita tutto l’insuccesso.
La verità è che il silenzio mi mette a disagio.
Che senso ha andare a farsi una birra e non avere niente da dirsi?
Che se era solo per la birra, si comprava al supermercato e si affittava un dvd per la miseria.
Ma lui, con quella faccia da cervo smarrito, indugia nel silenzio arreso e malinconico.
Ad un certo punto mi prende la mano e mi dichiara tutto il suo amore.
-In fondo però abbiamo ancora la nostra storia, ed io finchè ho te ho tutto- e altre robe di questo genere che mi si stringe lo stomaco a pensare di essere una specia d’aspirina contro il fallimento.
In fondo? Come sarebbe a dire in fondo?
Così durante il viaggio di ritorno rompo il patto e lascio che una questione d’affari si metta tra noi due.
-Vaffanculo.
-Che intendi dire con vaffanculo?
-Intendo dire vaffanculo. Vaffanculo a te perlamiseria.
Ma lui niente. Mette su la faccia da lasciamo che l’isterica si calmi da sola. Non fa niente.
-Vaffanculo ho detto. Siamo sempre lì che parliamo di lieviti, rifornitori, fatture scadute e quando si esce per svagarsi, tu prima mi stai zitto, e poi mi dichiari che la nostra storia viene dopo le mozzarelle, i lieviti, i debiti, dopo la giusta consistenza dell’impasto, dopo il commercialista che incalza, no spiegami, in fondo a tutto ciò ci sono io? No eh, così non ci siamo per niente. Io ho bisogno di gente interessante intorno a me, voglio stimoli e tu -per inciso vaffanculo- tu credimi: stasera sei stato di una noia mortale. Mor-ta-le.
Alt. Polizia.
-E va bene, adesso accosto, ma non ti credere sai, non ti credere che mi dimentichi di questa conversazione, appena questi rompipalle hanno finito riprendiamo il discorso.
Non ti mollo mica.
-Prego mi dia l’assicurazione.
-Forse tu credi che tra un po’ mi passerà. Illuso. A me non passa niente, un momento agente.
-No signora. Questo è il tagliandino esposto sul vetro, io voglio anche il pezzo di carta da cui ha staccato il tagliandino.
-E smettila poi di guardarmi con quell’aria da succube perdio, reagisci dico, reagisci, si può avere un maschio con delle reazioni? Come ha detto agente?
-Voglio anche il pezzo di carta da cui ha staccato il tagliandino.
-In fondo ti sto mandando affanculo da un’ora.
-Allora, ce l’ha o no il pezzo di carta da cui ha staccato il tagliandino?
-Mi scusi, forse sì, ce l’ho, non so, è probabile, ma vede, quello che lei pretende non ha nessun senso. Se devo esporre il tagliandino sull’auto, allora perchè adesso mi sta chiedendo anche la parte che non sono tenuta ad esporre? Che se fosse stato obbligatorio esporle entrambe -e non lo è- se fosse stato così, non crede che avrebbero fatto custodie di plastica per tagliandini più grandi di questa’ Vede invece? Lo vede cosa ci ho sul vetro? E tu vaffanculo non dire niente come al solito, non difendere la tua donna.
-Scenda prego che adesso cotrolliamo se ha bevuto.
-No che non ho bevuto questa sera! Agente, questo qui è talmente noioso che dopo manco una birra già m’ero rotta le palle e son voluta tornare a casa.
No. Non sono ubriaca e per certo quell’affare è tarato male. Il caldo lo sballa. Stavamo litigando sì. Per questioni di lavoro. Eh, cosa vuole che le dica, la nostra pizzeria non va tanto bene e allora, capisce, ci siamo innervositi. Ma non sono ubriaca. Si chiama pizza Colosseo, la conosce? Se viene le faccio provare la nostra pizza con pomodoro pachino e mozzarella di bufala. Mozzarella vera, mica ignobili sottilette. Siamo a posto così allora?
-Sì che la conosco pizza Colosseo, e già che ci siamo domani mando a fare un controllo che ho sentito dire che ci pisciate nelle vostre pizze. Ma che schifo, ma davvero signora ci pisciate nelle vostre pizze?


5.06.2010 Commenta Feed Stampa