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J.E. Watson: la prigione di neve

di Chiara Biondini

la prigione di neveHo sempre trovato la follia interessante. Affascinante. Il modo in cui la nostra mente è in grado di generare voci, visioni, paure, terrori sconosciuti, anche quando l’intero mondo esterno testimonia la loro infondatezza.

C’è chi dice che coloro chiamati “pazzi” in realtà siano i depositari della verità. Il velo che ricopre ogni cosa è stato strappato dai loro occhi, vedono ciò che realmente è, e ne sono terrorizzati. Isolati nella loro coscienza, agli occhi degli altri sono pieni di deliranti ossessioni, mentre per tutto il tempo gridano: “Guarda, guarda.”

Nel bellissimo libro della Watson, la follia non è un qualcosa di eclatante, non rimbomba in ogni pagina, come farebbe invece in una delle più cupe storie di McGrath.
Ne “La prigione di neve”, la follia è un qualcosa di riflesso. Noi sappiamo che è lì, possiamo percepirne la presenza, è chiara, nitida, ma trasparente. Ci sono due bambini. Asta e Orion. Sette anni lei, nove lui. Piccoli particolari dosati qua e là ci aiutano a dipingere un quadro dalle tinte fosche: sono chiusi in casa, anzi: barricati. Carta catramata ricopre le finestre, catenacci si rincorrono sulla porta di ingresso, il cibo scarseggia.
La voce di Asta si muove lungo stanze illuminate da una luce fioca, ed è la sua assoluta spontaneità a fare luce su quello che potremmo chiamare “un quieto orrore”. E’ lei, con tranquillità, a parlare delle sue natiche ossute, che le fanno male quando cerca di sedersi su superfici dure. E’ lei a introdurci sua madre, una creatura lieve, bella, con strane manie, che a un certo punto della mattina esce e li chiude dentro, per proteggerli dal morbo letale che infesta il mondo esterno.
Quello che colpisce, e in qualche modo atterrisce, il lettore, è la dolcezza, l’assoluta dedizione con la quale questa bambina parla di sua madre. Nemmeno per un momento la sfiora il dubbio di una menzogna, e come potrebbe accadere? Se mamma dice una cosa, è quella. Tutte le mattine, Asta percepisce il rumore dei chiavistelli che la imprigionano come un qualcosa di rassicurante.
Orion, ammalato, denutrito, viene curato con strani rituali che hanno qualcosa a che fare con senape e cotture nella cesta della biancheria.
Le immagini del mondo giungono sfocate da un vecchio televisore in bianco e nero, il cibo è razionato e sta in barattoli senza etichette. Anonimi. Impersonali.
Mentre la madre percorre con dita frenetiche i corpi dei bambini alla ricerca di noduli, imperfezioni, tracce della malattia.
In situazioni estreme come queste, solo un cambiamento estremo può attecchire. In caso contrario, continuano ad avvolgersi su sé stesse, all’infinito.
Il cambiamento estremo è il silenzio: una sera, mamma non torna.
Il giorno dopo, decidendo di andarla a cercare, Asta e Orion – senza saperlo – prendono in mano il loro Destino.
Ecco che avviene l’incontro con un mondo al quale erano stati nascosti.
Qui il libro perde un po’ della sua peculiarità per scivolare in alcuni luoghi comuni: ospedali, la separazione dal fratello, una zia mai vista, le torture dei cugini, l’isolamento a scuola, il sentirsi diversi, la madre ricoverata chissà dove.
Quello che ci tiene avvinti alla storia è lei: Asta. Il suo amore incondizionato per la madre. La sua passione per un libro di cinema zeppo di fotografie di star del muto. L’affetto per Orion, l’attenzione ai dettagli.
Asta è una piccola, lucida, palpitante osservatrice, il suo respiro lieve esce dalla pagina per giungere a noi, e l’eco dei suoi passi svelti continua a risuonare dopo l’ultima pagina.

Giudizio: 4/5


31.05.2010 Commenta Feed Stampa