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Messico e crimine di Richard Grant

di Enzo Baranelli

messico_e_crimineDimenticate quadri pittoreschi, immagini turistiche o meno di un amichevole paese pieno di storia, spiagge, monumenti, tramonti da cartolina su strade secondarie. Qui la polvere del Messico è il “perico” ovvero la cocaina. Grant si inoltra nella Sierra Madre, negli Stati di Chihuahua e Durango. L’omicidio è la prima causa di morte tra la popolazione di quest’area del Messico. Naturalmente esistono percorsi speciali per turisti che permettono di gettare uno sguardo a canyon di profondità incredibili e a paesaggi fuori dal tempo (molti vecchi western vennero girati nello stato di Durango: paesaggi simili a quelli dell’Arizona o del Texas, ma senza pali della luce). Richard Grant non è certo all’oscuro della pericolosità del viaggio in luoghi in cui i narcotrafficanti dettano la legge, la polizia è in gran parte corrotta, e l’esercito giunge solo in prossimità del raccolto (“il raccolto che paga”, come è chiamato nella Sierra, cioè quello di marijuana) per dare fuoco ai campi, non tutti, offrire l’immagine di un governo che combatte la droga, e poi leva le tende. Grant era molto più prudente da giovane poi, abbandonata Londra a venticinque anni, è diventato giornalista freelance e ha iniziato a scrivere articoli sulle gang di South Los Angeles, ha percorso il paese in autostop (avvicinandosi alla cultura Hobo, di cui ha narrato nel libro “Senza mai fermarsi”), ma Grant valuta questa propensione al rischio con attenzione: “Lentamente e senza quasi accorgermene il mio livello di rischio accettabile continuava a salire. Cominciavo a sentirmi a mio agio in situazioni che fino a pochi anni prima mi avrebbero spaventato. Cominciai ad apprezzare la sensazione dell’adrenalina che sale quando sfidiamo la sorte in un posto dove non dovremmo essere, e ce la caviamo grazie all’intelligenza e alla faccia tosta, mentre nel frattempo cerchiamo di trovare un senso a ciò che accade”. Allora, fresco di divorzio, scontento di tutto o quasi, Grant sceglie il momento migliore per gettarsi in progetto lungo, pericoloso e fortemente sconsigliato. Percorrere le strade della Sierra e raccontare. “Bandit Roads”, questo il titolo originale, avvicina il lettore a un diverso approccio con il Messico e gli mostra paesaggi, persone e momenti che non potrà, molto probabilmente, vivere di persona. Grant ha gli agganci giusti, spesso essere amico di qualcuno la cui sorella ha sposato qualcun altro basta ad evitare una rapina, un rapimento o un esecuzione a bordo strada. A volte però neppure questo è sufficiente, il prologo offre subito la dimostrazione che teoria e pratica sono cose molto diverse.

Ricco di informazioni, il libro ci parla della ribellione dei Tomochic: “Il presedente Díaz ormai stufo mandò a sedare la rivolta, il generale Felipe Cruz, suo amico personale, che portò la campagna contro i Tomochic da un livello improbabile fino ai confini dell’assurdo. Non arrivò nemmeno al villaggio. Dopo aver marciato per due giorni e bevuto una bottiglia di brandy dopo l’altra, raggiunse un tale grado di stordimento che scambiò un campo di mais per gli abitanti del villaggio ribelle e ordinò la carica. La condusse di persona falciando le spighe con la spada; seguendo il loro comandante gli uomini fecero lo stesso e ridussero a pezzettini il campo di mais. Poi il generale Cruz tornò a Chihuahua City e fece rapporto al presidente scrivendo di avere schiacciato i ribelli e ottenuto una grande vittoria. Era quello per me il momento topico della storia – la carica alla Don Chisciotte contro il mais e la spudorata dichiarazione di trionfo. Era proprio quella caratteristica del Messico che non smetteva di stuzzicarmi. In un romanzo si sarebbe chiamato realismo magico, ma cosa ci faceva in un libro di storia?”.

Naturalmente Grant si concentra su fatti ben più recenti, come i narcos o i poliziotti che ruotano intorno a un’industria miliardaria. Le droghe illegali rappresentano la terza industria più grande del mondo (dopo le armi e il petrolio) e l’unico ostacolo che potrebbe stroncarne i profitti – gli Stati Uniti che legalizzassero le droghe – è politicamente inimmaginabile. Così per il Messico il narcotraffico continua ad essere la prima entrata dell’economia (si stima che apporti circa cinquanta miliardi di dollari ogni anno).

Quando Richard Grant cede alla notte di fiesta messicana, ne nasce un quadro per nulla pittoresco, quanto realistico, sull’orlo di una follia insensata; a volte Grant dà l’impressione, come i Messicani descritti da Octavio Paz, di voler fuggire da se stesso: “il messicano non cerca il divertimento, cerca di fuggire da se stesso, di oltrepassare il muro di solitudine che lo circonda” e la pistola, il sangue, la lama di un coltello fanno parte della fiesta. “El higado no existe!” questo più o meno potreste farvi stampare su una t-shirt, se state programmando una partecipazione a una fiesta: il fegato non esiste (non nel senso del coraggio), la birra a fiumi e la letale lechuguilla (una sorta di distillato che sfiora il puro alcol) accompagnano ogni fiesta. Riguardo a i Tarahumara, Lumholtz scrisse, alla fine dell’Ottocento, che senza l’ebbrezza alcolica probabilmente la tribù si sarebbe estinta, timidi e riservati oltre ogni dire, solo grazie all’alcol, che assumono almeno per trentasei ore consecutive a settimana, i Tarahumara comunicano, a volte si scontrano e, sì, si riproducono… Ora non occorre per forza avvallare il giudizio del moralista antropologo scandinavo, però sicuramente è vero che la birra dà una bella spintarella a i Tarahumara che se ne servono, come un occidentale dell’acqua (fortissimi nelle ultramaratone ai punti di ristoro spesso bevono una birra e si fumano una sigaretta, arrivando comunque primi, correndo con sandali ricavati dalla gomma degli pneumatici).

A parte i momenti in cui guarda verso canyon mozzafiato, o sniffa un po’ di perico insieme a due poliziotti, o ci descrive altre scene edificanti, il Messico di Grant è estremamente ostile. La cultura del machismo, unita alla visione dell’omicidio per vendetta come una forma di giustizia, ha portato sulla Sierra a un numero impensabile di crimini. All’ubriachezza come condizione, spesso, di base, si aggiunga che lo stupro da queste parti non è considerato reato, se lo stupratore poi si offre di sposare la sua vittima (sic). “Messico e crimine” di Richard Grant è ben di più di un romanzo di viaggio, è un’immersione in apnea in un territorio fuori portata, dove l’AK-47 è stato sostituito come arma preferita dal lanciarazzi RPG. Avvincente e insieme con uno stile rilassato, è pur sempre un inglese, Grant ci abbandona sulla soglia di Sinaloa “dove poteva andarci qualche altro cretino”. Non si può avere tutto. Anche la topografia parla una sua lingua, e il Messico ha parecchi oscuri segreti alla luce del sole: cittadine come El Muerto, Mala Noche, ma non ci sono nomi paragonabili a Mátalo (Uccidilo). Come scrisse André Breton: “Il Messico non ha affatto bisogno del surrealismo”.

 Richard Grant, “Messico e crimine”, (ed. or. 2008), pp. 341, 19 euro, Neri Pozza, 2010.

Giudizio: 4/5


7.04.2010 1 Commento Feed Stampa