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Tre voci (racconto in tre parti). Terza parte

di Chiara Biondini

Terza parte
(Qui la prima parte)
(Qui la seconda parte)

JONAS

Ti dicono che devi raccontare.
Che devi buttare fuori; com’è quella parolona?
Epurare.
Ti dicono: sfogati, Jonas.
Vogliono convincerti del fatto che parlare renda più leggeri.
Continuano a ripeterti: “Racconta le cose che ti hanno condotto qui, ti farà sentire meglio”.
Soprattutto  dicono: “Ma non ti vergogni?”
Vergogna. Non sai che cosa sia. Tu sei fiero di ciò che sei, e nessuno riuscirà a farti cambiare idea.
Loro parlano, e parlano, e tutto il tempo tu pensi: fanculo. Non hai mai parlato di certe cose perché non c’è un cazzo da dire. Sono successe e stop. A te le chiacchiere non sono mai piaciute. Preferisci la roba costosa, l’odore degli interni di una Lamborghini nuova di pacca, le tettone di una puttana che ballano sopra la tua testa.
Solo che queste cose tu non le hai più. Sono anni che te ne stai rinchiuso in un buco che puzza del tuo sudore, e ti accontenti di foto alle pareti, giornali, qualche film ogni tanto visto con quella manica di imbecilli del terzo braccio.
Adesso però le cose sono cambiate. Sono venuti ieri a dirtelo, con aria solenne, e si vedeva che morivano dalla voglia di vederti piagnucolare. Si fottessero. Non hai mosso un muscolo. Sei rimasto a guardarli con odio e loro hanno scosso la testa. Mentre se ne andavano, hai sentito uno di loro che diceva: “Questo è un irrecuperabile”.
Esatto.
Tu sei tu.
Jonas.
Sempre lo stesso gran figo, non importa in quale buco fetente ti sbattono, tu resti sempre al massimo.
Comunque, quand’è che ti hanno detto?
Il 24.
Una settimana. Ti pungono tra una settimana.
Zzac. E tanti saluti al vecchio Jonas.
Sembra che la madre verrà a vederti crepare. Ne ha del fegato, devi riconoscerlo. Quanti anni sono passati? Dieci, forse di più. E lei viene a vederti crepare. Una tipa tosta. Ma tu sai già che non le darai soddisfazione, a quella stronza grassona. La guarderai in faccia e riderai, riderai fino a quando avrai il possesso del tuo corpo.
Fanculo.
E’ colpa sua se te ne stai lì dentro. Sua e di Jimmy, che il diavolo lo porti.
Non riuscivi a crederci, eppure ci volle poco a capirlo. Solo lui ti aveva visto, e tu eri sicuro che non avrebbe detto una parola. I mesi erano passati e tu stavi cominciando a rilassarti, fino alla mattina in cui sono venuti a prenderti.
Pensavi: si fottessero, sono minorenne. E invece nel tuo Stato le cose vanno diversamente. Nel tuo Stato resti in carcere, e non appena sei maggiorenne, diventi uno dei candidati alla puntura. Stop.
Magari conta anche il fatto che – nel frattempo – hai fatto fuori qualcun altro. Se la prendono parecchio, dalle tue parti. Che cazzo, uno non può farsi largo nella giungla a suon di bacetti. Devi far vedere chi sei, dalle tue parti funzionano solo due cose: le armi, e le droghe.
Ti hanno fatto parlare con un sacco di gente, ma quello che nessuno ha mai capito è che a te piace. E’ tanto difficile? Ti piace che abbiano paura di te. Ti piace che il tuo nome suoni come una minaccia.
E adesso stai per ricevere lo stesso trattamento. Si fottessero. Almeno la farai finita con cibo da cani e puzzo di piscio.
Com’è che si chiamava? Aveva un nome da checca isterica, o da vecchio rincoglionito.
Edward?
Sì, era quello il nome.
Stai per un po’ a fartelo rotolare sulla lingua, cerchi di percepirne il peso.
Ricordi, improvvisamente, i suoi occhi.
Ricordi perché lo hai ammazzato.
Perché era felice. Ed era insopportabile. Era felice di aver scelto una vita da sfigato, accanto a quella sua madre cicciona. Aveva preferito lei a te, e questo non era concepibile.
Perché tu devi essere amato. O meglio, venerato. Temuto.
Tu sei Jonas.
Tu sei figo.
Continua a ripeterlo a te stesso.
Continua, mentre le luci si spengono con scatti che sembrano spari.
Continua, nel buio interrotto da strisce di luce giallognola e tremolante.
Continua, mentre viene a prenderti un sonno agitato, pieno di ombre che sussurrano alle tue spalle.
Continua.


30.03.2010 Commenta Feed Stampa