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Tre voci (racconto in tre parti). Seconda parte

di Chiara Biondini

Seconda parte
(Qui la prima parte)

JIMMY

“Sì, Jimmy, me vado a casa.”
Mi domandai se dovessi fermarla. Per via di quella storia, sapete. In fondo, non erano affari miei, però un po’ sì. C’era un piccolo frammento dentro di me, qualcosa di fastidioso, come un filo d’erba rinsecchito incastrato in un calzino che continua a pungerti il tallone. Dovevo togliermelo di dosso, e allora la fermai.
“Signora, senta.”
Si voltò come al rallentatore. La sua faccia piena mi dava una sorta di sicurezza. Mi ricordava le vecchie balie di una volta, raffigurate nei miei libri. Solo che lei aveva la pelle bianca e rosa, ed era ben strano, perché il naso grosso e largo, la bocca carnosa, le membra morbide e pesanti, ricordavano piuttosto un’imponente mamma africana.
“Dimmi, ragazzo.”
“Conosce il vecchio sfasciacarrozze?”
Il suo sguardo divenne dubbioso e guardingo. Ma ugualmente rispose.
“Sì, lo conosco. “Dirty Sam”, vero?”
“Proprio quello. Fossi in lei ci farei un salto domani mattina. Presto. Che so, al sorgere del sole.”
“E perché ci dovrei andare?”
“Metta che qualcuno voglia dirle una cosa importante, e che questa cosa debba restare il più possibile segreta, per il momento.”
“Jimmy, non ho voglia di questi giochetti. Cos’è, hai fatto una scommessa con i tuoi amici? Qualcosa del tipo <Accalappia la cicciona?> Non ci sto, trovatevi qualcun altro.”
Fece per andarsene, di nuovo, e di nuovo la fermai.
“Aspetti.”
“Che c’è, per l’amor del cielo?”
Dovevo dirlo, a quel punto.
“E’ per suo figlio, ok? Si tratta di lui.”
Fu come se le avessi sparato, o qualcosa del genere. Rimase completamente immobile, gli occhi sgranati, la bocca semi-aperta, come in procinto di emettere un suono. Mi guardò a lungo, le ombre lentamente si allungavano sulla sporcizia della strada, l’umidore del sole lasciava spazio alla penombra, da qualche parte qualcuno stava sgommando, probabilmente per darsi arie da grand’uomo.
Sono questi i momenti in cui tutto può cambiare? Me lo chiedevo, mentre aspettavo che lei dicesse qualcosa, che si muovesse. Poi, accadde. Annuì, semplicemente. Fece un cenno col capo e se ne andò, senza più guardarmi.
Io rientrai in casa di corsa, buttando un’occhiata alla strada: nessuno in giro.
Stetti per i fatti miei; mio fratello maggiore rientrò giusto il tempo di cambiarsi i pantaloni, aggiungere uno strato di gel ai capelli già completamente incrostati, e fregare altri soldi dalla borsa di mamma. Lo osservavo dal corridoio. Lui mi guardò, sorrise in quel modo meschino che mi faceva venire voglia di menare le mani e fece: “Sssh, mi raccomando, piccoletto”.
Mia madre, a cena, non chiese di lui. Aveva smesso di farlo da un po’.  Così come aveva smesso di occuparsi di me. Ero un accessorio, uno strano essere bipede che ogni tanto incrociava la sua strada. Da parte mia, cercavo di non pensarci troppo. Andavo a scuola, cercavo di non mangiare porcherie e di stare fuori dai guai.

La mattina seguente scivolai fuori casa nel buio. Tutti dormivano, e comunque non si sarebbero preoccupati di chiedermi dove stessi andando.
L’aria era fresca, con un che di croccante, veniva voglia di masticarla. La luce morbida del sole ricopriva i contorni delle cose come sciroppo di mele, le creste delle colline sembravano frittelle adagiate su un piatto, pronte per essere addentate.
Mi fermai al centro dello spiazzo, ma non dovetti aspettare molto. Venne fuori dalla carcassa di una Chevrolet, probabilmente era già lì’ e aveva voluto accertarsi che fossi solo. Forse aveva un’arma nella borsetta, non si sa mai con certi tipi, vero?
Cercai di sorridere ma era chiaro che c’era troppa tensione nell’aria, e lei andò subito al dunque.
“Cosa sai di mio figlio?”
“Ehi, calma. Perché non parliamo un po’, prima?”
“Non sono venuta qui a chiacchierare. Sono venuta per sapere di Edward. Dì quello che devi dire e facciamola finita”.
La verità era che volevo che si fidasse di me. Volevo piacerle. Volevo che capisse che ero una brava persona, che stavo solo cercando di aiutarla.
“Senta, le chiedo solo di parlare un po’. Sono nervoso. Mi aiuti, in questa cosa.”
Nel suo sguardo passò veloce il lampo di qualcosa, forse tenerezza. Chinò il capo e parlò con voce rassegnata.
“Avanti, allora, di che dovremmo parlare?”
“Mi parli di lui. Di Edward.”
“Come sarebbe a dire che devo parlarti di lui?”
“E’ che vorrei sapere com’era. Cosa gli piaceva?”
La donna pareva confusa, stordita, si muoveva tra i mucchi di lamiere come una marionetta alla quale siano stati tranciati i fili. Mi guardava di sbieco, senza fissarmi negli occhi. Nei suoi movimenti c’era qualcosa di pesante, come se stesse premendo contro un muro invisibile.
“Gli piaceva… io…non…”
“Non si ricorda di suo figlio, signora?”
Non rispose, ma vidi distintamente qualcosa cedere. La sua figura si afflosciò, le gambe parvero accorciarsi, poi mi resi conto che stava scivolando a terra, lenta come una grossa lacrima densa di umori. Mi inginocchiai accanto a lei. Le presi la mano e lei non si ritrasse. Aspettai. Aspettai che mi guardasse.  Lo fece con occhi feriti, colmi di domande.
“Signora? Va tutto bene?”
“Smettila.”
“Di fare cosa? Chiederle di suo figlio?”
“No, di chiamarmi <signora>. Mi chiamo Esme. Dammi del tu, santo cielo.”
“D’accordo, Esme”.
“Il giorno in cui è morto avevo cucinato le alette di pollo.”
Le strinsi la mano un pochino più forte.
“Era una buona giornata. Edward era tornato a casa a dormire, dopo tanto tempo, e la mattina mi aveva salutato. Aveva detto: ‘giorno, mà. Non ricordavo l’ultima volta che l’aveva fatto. Era rimasto con me tutta la mattina, girandomi intorno come un cucciolo, con quel sorriso che non vedevo da tanto. E poi, semplicemente, mi aveva chiesto di cucinare le alette di pollo. Erano settimane che a malapena ci parlavamo, e ad un tratto eccolo lì. Continuavo a fissarlo, temevo che si stesse prendendo gioco di me, ma poi indossò il grembiule, quello che avevamo comprato insieme. Mi disse: <dai, mà, ti aiuto>. Allora capii che era vero.”
“Cosa? Che cosa era vero?”
“Edward era tornato da me. Per questo non riesco a sopportarlo. Che sia morto proprio quel giorno. Uscì solo una volta, mi promise che sarebbe tornato per cena, e invece si presentò quel poliziotto.”
Presi un bel respiro e mi feci coraggio. Ora stava a me.
“Lui ti voleva bene, Esme. Io lo so.”
Si aggrappò alla mia mano con un tale impeto che mi sfuggì un lamento.
“Come lo sai? Hai parlato con lui? Lo conoscevi?”
“No, Esme, però l’ho visto morire.”
Mollò la presa e balzò in piedi. Mi guardò e nei suoi occhi non c’era più alcuna traccia di bonomia; era una diga in procinto di cedere, e ad essere travolto sarei stato io.
Mi afferrò per le spalle in malo modo e iniziò ad urlare.
“Che cazzo significa che l’hai visto morire? Come? Perché non ne sapevo niente? Ma chi cavolo saresti tu, si può sapere? Che vuoi, dopo tutto questo tempo?”
Restò immobile, le mani forti che ancora artigliavano le mie spalle. Mi divincolai e frugai nella cartella. Le porsi il piccolo involto.
“E questo che sarebbe?”
“Ascoltami bene. Prima di ieri sera non ero certo di volerlo fare. Jonas è pur sempre mio fratello. Però è uno stronzo. Ed è cattivo. Non avrebbe dovuto trattarti così. E tuo figlio era solo troppo a posto per questo quartiere. Disse a mio fratello che era fuori da tutta la storia. <Mia madre non se lo merita>, questo disse. Ti voleva bene.”
“Io non capisco”.
“Questa l’ho presa in camera sua, mentre dormiva. Ti chiedo solo di farlo mentre non ci sono, va bene?”
Corsi via senza attendere risposta. Sapevo che mio fratello Jonas non portava i guanti, quel giorno. Il giorno in cui lo avevo visto ammazzare un altro ragazzo, il giorno in cui lo avevo visto arrabbiarsi per gli schizzi di sangue sulle sue Nike bianche, nuove di zecca. Il giorno in cui avevo avuto paura di parlare.
Mentre correvo a scuola immaginavo il mio futuro. Sentivo suoni sconosciuti, forse la mia voce da adulto, e la risata del figlio che avrei voluto. Vedevo luoghi di cui non sapevo nulla, e c’era solo una parola a riempire la mia mente.
Lontano.


22.03.2010 1 Commento Feed Stampa