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Tre voci (racconto in tre parti). Prima parte

di Chiara Biondini

Prima Parte

EDWARD

Ehi, tu, ma non ti vergogni?
Il ragazzo si volt a fissarla con occhi cattivi.
13 anni, forse 14, unaria sprezzante.
Dici a me, vecchia?
S, bimbo, dico a te. Ti sembra il modo, quello?
Stava indicando il cestino dei rifiuti, che il ragazzo aveva appena rovesciato con un calcio.
Ma a te che ti frega? Vedi di girare al largo, che meglio.
Sentiva il sangue scorrere cos veloce da farle prudere la pelle.
Meglio per chi? Per te, forse, perch se resto qua davanti ci fai la figura del fesso con gli amici, vero?
Si fece avanti con fare altezzoso, i pantaloni bassi che lo facevano sembrare un pinguino impacciato, altro che storie. Scost lorlo del giubbotto: alla cintura dei pantaloni era appeso un fodero, si intravedeva la lama di un coltello, grosso, lucido.
Ascoltami bene, vecchia, hai scelto il posto sbagliato e soprattutto la persona sbagliata, ok? Sparisci o quant vero che mi chiamo Jonas ti apro quella pancia lardosa.
Continu a fissarlo, le veniva da ridere, sentiva di essere lontana chilometri da quella strada, da quel quartiere, e soprattutto – era assolutamente priva di paura.
S, fai pure, un po di ciccia in meno non mi dispiacerebbe.
Lo vedeva anche lui, lo sapeva. Vedeva che non temeva n la sua giovinezza, n il fatto che fosse armato. Indietreggi scuotendo la testa.
Tu sei fuori, vecchia, hai qualcosa che non va nella testa.
Sput ai suoi piedi, poi si mise a correre, e in pochi secondi era sparito oltre langolo.
Lentamente cominci a raccogliere la spazzatura, gli involucri unti le scivolavano tra le mani, le bottigliette accartocciate producevano suoni strani, come lamenti di piccoli animali. Cerc di sistemare il cestino, ma se ne stava tutto storto, come se si fosse stancato anche lui di tutta la faccenda e non avesse pi voglia di rimanere impettito.
Sapeva che era stupido, ma era quasi insopportabile andarsene lasciando quel cestino a penzolare sul marciapiede, si sentiva impotente, e grassa. Una grassa e stupida madre con un figlio stupido e sgraziato.
Edward.
Che per dagli amici si faceva chiamare Smart perch si vergognava di avere un nome dacom che diceva? Cazzone sfigato. Gi.
Se lavesse avuto davanti in quel momento, lo avrebbe preso a ceffoni fino a fargli sanguinare la bocca, quella bocca da cui uscivano parole che lei non capiva, la stessa bocca sulla quale tante volte aveva passato lentamente pezze imbevute di acqua fredda, e cubetti di ghiaccio, e pomate lenitive, quella bocca che aveva pronunciato la parola mamma come una conquista, unappropriazione, un riconoscimento.
L, in mezzo alla strada ingombra di cartacce e merda di cane e pozze di piscio, gli avrebbe strappato quello stupido cappellino pieno di spille, lo avrebbe pettinato, gli avrebbe tirato su i pantaloni, legato i lacci delle scarpe. Se lui avesse fatto resistenza lo avrebbe sgridato, e lui sarebbe stato a sentirla, avrebbe capito che era la cosa giusta da fare. Avrebbe sorriso, in quel modo un po sghembo che conosceva cos bene, e avrebbe detto: S, mamma, hai ragione.
Solo che non poteva farlo.
Non poteva perch Edward non cera pi.
Dov che era successo? Laggi, le pareva di ricordare. Per giorni, dopo quel 15 novembre, era tornata l, e il sangue era ogni giorno pi sbiadito, fino a quando si accorse di non riuscire pi a vederlo, il rosso del sangue di suo figlio mischiato alla sporcizia dellasfalto.
Aveva 12 anni. Cosa poteva mai aver capito, della vita, a quellet? Di certo non aveva capito con chi poteva e non poteva fare il gradasso.
La Polizia le aveva detto che era normale, da quelle parti. Lei era stata zitta, con la borsetta consunta stretta contro il petto grasso, e aveva annuito, mentre dentro di lei osservava s stessa balzare dalla sedia, afferrare quel cretino per la gola e urlare: Normale? Stai dicendo che la morte di mio figlio normale?
Ma non era questo che ci si aspettava da lei, e lei aveva paura dellimpulsivit. Le regole, le consuetudini, le buone maniere alla fine servono sempre.
Se lo ripeteva anche adesso, mentre il vento le sbatteva addosso fogli appallottolati, e le fischiava alle orecchie cose brutte. Lo stupido era suo figlio, s, un dannato stupido bambino.
Si sedette per terra. Non aveva idea di come fare per tornare a casa.
Si accorse che dal giardino della casa di fronte qualcuno la osservava.
Capelli neri, occhi grandi e seri, un piccolo corpo infilato in una tuta di due taglie pi grande.
Signora, si sente bene?
Lo guard e sorrise.
Edward?
No, signora, mi chiamo Jimmy. Devo chiamare unambulanza?
Socchiuse le palpebre. Ascolt il battito del suo cuore, e si disse che cera un qualcosa di rassicurante, in quel ritmo, come qualcuno che le battesse sulla spalla per dirle che tutto sarebbe andato bene.
Non c n bisogno, Jimmy. Ora mi alzo.
Vada a casa, signora. Tra poco sar buio. Non bello, qui, di sera.
Le spunt un sorriso, e si ritrov a pensare a Edward, solo un anno prima, quando ancora non aveva conosciuto quel tipo; Edward che le porgeva la mano per aiutarla a scendere dal letto, con fare rassicurante, cercando di non badare alla gamba ingessata, al volto pieno di lividi. Edward, che le diceva: Non avere paura, mamma, ci sono io qui con te.
Osserv il bambino ritto in mezzo alle erbacce, sent il bisogno di abbracciarlo, stringerselo contro il seno fino a farlo soffocare.
Sollev una mano e parl con voce dolce.
S, Jimmy, me ne vado a casa.


15.03.2010 2 Commenti Feed Stampa