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Caro lettore (sulla mancanza d’ispirazione)

di tamas

Lettore, tu ti lamenti, a ragione, di quello che spesso ti tocca vedere e leggere; e io non che non ti capisca, anzi, ti capisco bene e solidarizzo con te, ch in fondo le stesse cose capita anche a me di trovarle e di doverle leggere, dato che a dire il vero io leggo tutto quello che mi si para davanti. Per, lettore mio (no, lasciami dire; lasciami avere questo po’ di confidenza che mi pare sia giusto si stabilisca tra noi. Come sta la tua famiglia, lettore mio?), quello che devi considerare che la vita difficile anche per noi che scriviamo. Non che mi svegli la mattina, ogni mattina, e che abbia sempre pronta una storia da raccontarti. A volte ce l’ho residua dalla notte, ma scolora e scompare mentre mi gratto e mi lavo, come se scorresse via con l’acqua fredda della mattina che scende gi nello scarico. Altre volte i sogni non donano eredit alla fantasia del giorno, e mi tocca cercare l’ispirazione nel caffellatte della prima colazione: ma fissando quei poveri biscotti che si immergono, per mai pi riapparire, nel liquido denso e bollente vengono alla mente solo lacrimevoli storie di naufragi e di animelle affogate e umide. E non c’ necessit di deprimere i lettori con ulteriori mestizie, come se questa valle di lacrime in cui ci troviamo a vivere non ci garantisse di bagnarci gi troppo.
Allora parlo con il sole, che si alzato da poco e fischietta mentre spedisce in giro – sui tetti, sui prati, sulle donne poco vestite che scendono dal letto – i suoi raggi curiosi. “Sole”, gli dico io, e lui mi guarda: “Sole”, gli ripeto, e stavolta ho una mano di taglio sugli occhi, “tu che giri1 tutto il giorno, ce l’hai mica una storia da raccontare?”. Il sole ci pensa un po’, poi mi fa: “A pensarci bene, forse ho una storia carina. Aspetta, ora ti dico”. Si mette a posto il colletto e comincia a narrare.

La storia del Sole

Dunque, ero l che parlavo con mio cugino Sole – ci chiamiamo tutti cos, in famiglia – e lui mi racconta di questo pianetino attorno cui gli capita di orbitare. Su questo pianeta, un po’ come sulla Terra, le pene d’amore sono una questione eternamente dibattuta e mai davvero risolta, che rischierebbe d’altra parte di creare rancori, mestizie e di nuocere ai vari PIL nazionali, ammettendo per comodit che esistano nazioni e PIL su questo lontano pianeta. Ad ogni modo, dico “rischierebbe”, perch in realt lass la questione l’hanno risolta: quando un uomo o una donna si dispera o freme di rabbia per un amore finito o mai cominciato, allora pu fare domanda ad un ufficio preposto a garantire il superamento delle pene d’amore. Mi spiego. Il poveraccio, o la poveraccia, si reca all’ufficio, descrive all’impiegato (o all’impiegata) la propria situazione; quest’ultimo, dopo aver consultato una tabella, converte le sofferenze in amore condensato – uno speciale materiale che hanno su quel pianeta, ma questo punto dovrei farmelo chiarire meglio – e consegna una gelatinosa pallucca d’amore al disperato. Costui si reca quindi in campagna, o in qualche altro posto un po’ fuori mano, e cammina e cammina per ore con la pallucca in tasca; questa si secca e si sfalda, e dai pantaloni dell’uomo l’amore cade e si perde per la strada, fino ad esaurirsi. Terminata la palla, finisce anche l’amore e con esso la sofferenza; e anche i campi e i ponti a volta fecondati dalla polvere d’amore sembrano pi belli e quasi trasfigurati.

“ una bella storia”, dico io. “Potrei davvero farci una meravigliosa figura con i miei colleghi dell’Internet. E come si chiama questo pianeta?”. “Mah”, fa lui, “mi pare si chiami Bugno”. Ecco, la circostanza che questo pratico e intelligente pianeta abbia lo stesso nome di un ciclista due volte iridato, e soprattutto un suono cos inadeguato e impoetico, non l’avevo davvero prevista; cos rinuncio al racconto e chiedo ulteriori lumi al Sole: quello la prende come una battuta, si arrabbia e non mi rivolge pi la parola, per cui mi tocca andare al Parco Zoo di Falconara a lasciarmi ispirare dalla vita sessuale degli ippopotami.
Purtroppo mi faccio prendere un po’ la mano, perch arriva il custode e dice che non consentito scrivere in quel modo di quelle cose; pi tardi, nella baracca dove tiene gli attrezzi di lavoro e nasconde gli scoiattoli evasi in attesa che si trovi un passaggio per il Montenegro, mi offre un Borghetti e mi propone alcuni suoi racconti ispirati al pi rigoroso verismo e popolati da tucani perduti su qualche piaggia marchigiana. Io ascolto con attenzione, e lo faccio per voi lettori e per combattere questa dannata e criminale carenza di idee.

  1. orbiti, in realt. Ma la mattina sono poco tecnico [torna su]

25.02.2010 1 Commento Feed Stampa