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Il paradosso italiano

di tamas

Il comunismo, com’è noto, non funziona: è parsa a lungo un’ottima idea e anzi una necessità a molte persone intelligenti, oneste e rispettabilissime, ma la sua attuazione nei paesi che si sono detti socialisti è stata, facendo una media dei vari risultati nazionali, fallimentare. Esso, che era stato pensato e propagandato come risposta definitiva alle ingiustizie e ai malesseri dell’umanità, ha invece causato in maniera diretta o indiretta milioni di morti e danni materiali e morali incalcolabili. Coloro che dal primo momento sostenevano la natura illusoria ed erronea del comunismo, e mi riferisco a tutti i movimenti e i partiti di destra o semplicemente moderati che hanno assunto e mantenuto negli anni posizioni anticomuniste, dopo il 1989 hanno visto confermate le proprie tesi e sono stati giustamente premiati dagli elettori in svariatissimi paesi. E mi sembra normale: avendo scoperto che la tesi x è sbagliata, l’elettore fa benissimo a votare quelli che sono da sempre anti-x.

Ma anche il capitalismo non funziona. Quello stesso capitalismo che è esaltato da sempre dagli anticomunisti come unica forma funzionale di economia e di società mostra ben più di semplici crepe: il liberismo, che doveva essere la sua ultima e più avanzata metamorfosi, ha gettato nella crisi il mondo intero, e nella miseria milioni di individui e di famiglie, solo perché ci si è ostinati, nelle istituzioni che dovevano essere di controllo e di garanzia e nei governi delle nazioni più importanti, a dar credito a dettami accademici che, alla prova dei fatti, si sono dimostrati tanto utopici e incompatibili con la realtà quanto era successo alle teorie comuniste. Il fallimento rovinoso del liberismo si somma a quelli degli altri modelli succedutisi nell’ultimo secolo: da quello gaudente ed edonistico degli anni dopo la seconda guerra mondiale, a quello paternal-fascista della concordia tra popolo e imprese, a quello coloniale e imperialista delle democrazie liberali, senza voler tornare a quello primigenio, che spingeva i bambini a pulire le ciminiere e chiedeva ai loro genitori di lavorare per tutta la vita a ritmi folli, o di emigrare quando la vecchia Europa offriva troppe braccia ad un mercato saturo. Il capitalismo, che ci è già costato un paio di guerre mondiali, un numero difficilmente calcolabile di morti all’epoca degli imperialismi in guerra tra loro e delle spartizioni coloniali (il piccolo pacifico Belgio di Re Leopoldo, di quanti congolesi è stato carnefice?), nonché la fuga forzata di masse infinite dai loro luoghi verso le illusioni nord- e sudamericane. Ché poi un sistema così radicato, così visceralmente entrato nella terra stessa, al punto da mutarne il clima e la geografia, sia difficilmente abbattibile da un giorno all’altro, è incontestabile; ma che sia tempo di imbrigliarlo e di metterlo sotto il controllo dei popoli, è a mio avviso altrettanto lampante.

Tuttavia la crisi del sistema corrente, che mi pare evidente anche in Italia, al di là di ogni patetico questionare sull’essere pessimisti o anti-italiani, in cui non voglio entrare (ma sia chiaro che io mi reputo un buon patriota: ulteriore ragione per rifiutare di essere colonizzati nell’economia e nelle teste), non paga dividendi elettorali né di opinione pubblica a chi, in linea teorica, avrebbe dovuto contarsi tra gli oppositori del capitalismo. A mio modo di vedere, questo accade per timidezza di chi ha paura di dire verità scomode. Capisco, in effetti, che gli esponenti del centrodestra italiano, sostenuti non da oggi dal grosso degli imprenditori, debbano tacere sulle responsabilità della crisi economica (che poi, a scendere, diviene sociale, morale, eccetera); ma di fronte a fatti come quello di Rosarno di queste ore, che sono in effetti scene già viste di guerra tra poveri in tempi di contorcimenti e di difficoltà sociali, perché a sinistra ci si limita ad uno sciapo richiamarsi ai princìpi dell’umanità, dell’universalità, del volersi bene e simili stupidaggini, che non hanno e non possono avere comunque un significato politico? Perché nessuno dice, onestamente, l’unica grande verità di tutta la faccenda dell’immigrazione, che è in sostanza “avete voluto il capitalismo, adesso godetevi i negri”? Non è possibile che in Italia si lasci cavalcare la tigre della xenofobia e della discriminazione a chi in effetti sponsorizza lo spostamento tragico di migliaia e migliaia di persone – con conseguente pedaggio in termini di vite umane – dai loro luoghi ai paesi industrializzati.

I famosi “clandestini” vengono qui a lavorare, questa è la realtà. E non crediate che io stia dicendo, o pensi anche nascostamente, che i popoli sfortunati non hanno il diritto di migliorare la propria condizione; penso anzi che sia necessario, a chi vuole dirsi umano, soccorrere le persone che hanno bisogno, di dovunque siano originarie, qualsiasi siano le loro sembianze, idee politiche o religiose. Ma non vedo per quale motivo, in un’economia in crisi, in un paese che si va impoverendo sotto ogni aspetto, si debbano importare nuovi lavoratori, destinati ad allargare il fossato delle ineguaglianze, a devastare il mercato del lavoro, a intercettare la rabbia di molti “indigeni”. O meglio, ne vedo benissimo la ragione: è il capitalismo a richiedere uomini e donne da sfruttare, com’è nella sua essenza, e perché questi siano efficienti e deboli (non in grado cioè di protestare efficacemente e tantomeno di ribellarsi), bisogna che siano presi da contesti come il Sud del mondo, e isolati in un Paese ospitante che non può che odiarli.

In Italia siamo arrivati tuttavia al meraviglioso paradosso per cui gli immigrati, richiesti per sua necessità dal sistema economico sostenuto dalla destra politica, sono da questa stessa parte dipinti come untori e nemici, e ulteriormente isolati e indeboliti (torniamo quindi al discorso precedente); mentre la sinistra, che magari in altre occasioni e in molti dei suoi sostenitori sbraita alla necessità della laicità dello Stato, reagisce al problema in una maniera che è semplicemente e ridicolmente cattolica, parlando di universalismo e di accoglienza come se queste fossero categorie politiche. A completare questo quadro surreale, si aggiunga che quando gli immigrati voteranno, essi, provenienti spesso da sistemi retrivi o da realtà segnate dal fallimento dell’utopia progressista, premieranno pressoché all’unanimità le parole d’ordine ipocrite della destra italiana, e soprattutto i lustrini e i lussi amorali, più che immorali, del berlusconismo, vera e propria caricatura del sistema occidentale in cui, è umano che sia così, ogni immigrato sogna in fondo di integrarsi come vincente.

Eppure basterebbe tanto poco: basterebbe parlare di responsabilità, che è invece il vero punto centrale di ogni politica e di ogni amministrazione; basterebbe esigere ciò che è giusto, e cioè che ognuno paghi per ciò che ha causato. Ma forse i princìpi belli e candidi sono più facili, e costano minor fatica, rispetto all’illustrare la realtà ai poveri, gretti, ignoranti e violenti italiani delle classi umili, ridotte alla miseria e all’incultura. Questi italiani fanno paura anche più degli immigrati, cui in fondo – per il condizionamento del Buon Selvaggio, questo sì davvero razzista – perdoniamo più facilmente; ma sono e restano il campo in cui dobbiamo seminare e raccogliere, perché è l’esistenza di questi nostri simili spaventosi e spauriti la giustificazione storica dell’esistenza di una Sinistra.


9.01.2010 Commenta Feed Stampa