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Come nel film dei Simpson: sotto una cupola, “The Dome” di Stephen King.

stephen kingCon questo nuovo romanzo, che mantiene, in parte, il titolo originale (“Under the Dome”), King ritorna ad affrontare una storia ad ampio respiro. La piccola città di Chester’s Mill è un’immagine cristallizzata dalla provincia americana. La tranquillità del luogo, solo apparente, è sconvolta dall’apparizione della cupola del titolo, una vera barriera che racchiude la città come una di quelle sfere con la neve. Sotto questa cupola i segreti, la malversazione, i traffici illeciti, il potere corrotto vengono messi in risalto, come sotto una lente. Nelle oltre mille pagine sono presenti le similitudini che contraddistinguono il narrare di King, un’unione di parole e immagini: “Era come guardare l’inferno attraverso un oblò”.

Dopo il buon romanzo “Duma Key” con la sua ambientazione atipica (nelle Keys appunto) e il suo finale barocco, in “The Dome”, King ritorna a tematiche quasi epiche, purtroppo “L’ombra dello scorpione” (a detta dello stesso autore non uno dei suoi libri più riusciti) si allunga sulla vicenda e dopo un po’ di pagine mostra la sua usura. King vuole parlare per allegorie, ma il discorso si sfilaccia spesso e la trama diventa in molti punti prevedibile, il che in un romanzo di una tale mole è una pessima cosa.

Le due grandi specialità d’America sono i demagoghi e il rock and roll” scrive King commentando un discorso del reazionario e criminale Big Jim, capo della comunità e della sua anima più oscura. Il democratico (nel senso che non è repubblicano, intendo) Stephen King vuole narrare una storia ricca di personaggi e insieme dare vita a una visione più ampia della provincia americana. Il finale, e i finali sono da sempre il punto debole di tutti i romanzi di King, qui, più che altrove, è deludente, sbilanciato, offuscato da un fumo (letterario e letterale) che lascia insoddisfatti. Sembra che l’autore pensasse di avere ancora due mesi per la consegna del manoscritto e invece si sia accorto improvvisamente di avere due settimane: il risultato è un bignami del brutto finale à la King. Il romanzo è discontinuo (è stato scritto in oltre un anno) e ha sicuramente degli ottimi passaggi. Ad esempio, siamo ben oltre la metà dell’opera, King, come autore, si mostra (pp. 773 e seguenti) e accompagna il lettore per la città. In questi momenti il suo racconto si avvicina alla narrativa di Dickens (autore che ben conosce ed apprezza: basti ricordare “La Casa del Buio” che nel titolo e al suo interno rende omaggio a “Bleak  House”, in italiano “Casa Desolata”). Vi è l’uso amichevole di una prosa che vuole entrare in sintonia con il lettore, coinvolgerlo in prima persona (bisogna ricordare che i romanzi di Dickens nascevano come una storia a puntate pubblicata su riviste e, solo dopo, il tutto veniva riunito in volume). Nonostante gli sforzi Stephen King, sebbene dimostri chiaramente un tentativo di evoluzione rispetto al precedente “Duma Key”, fallisce nel suo intento. Il finale deludente, l’epica scricchiolante lasciano nel lettore un’eco profonda e per niente piacevole. Altri toni e stile e ritmo, in un grande e voluminoso romanzo uscito poco prima in Italia, sottolineano come la narrativa dal sapore epico sia affascinante, ma Dennis Lehane in “Quello era l’anno” partiva da fatti storici precisi e sarebbe ingiusto paragonare il capolavoro dell’autore di Boston alla “cupola” di King.

 Stephen King, “The Dome” (ed. or. 2009), pp. 1036, 24 euro, Sperling & Kupfer, 2009.

Giudizio: 3/5.