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Suttree di Cormac McCarthy

di Enzo Baranelli

suttree copPer Knoxville l’autore transitò durante la sua vita, nato a Providence nel ’33, a quattro anni era già nel Tennessee. Ed è in questa città, nel 1951, che fa iniziare il suo capolavoro, pubblicato, dopo anni di riscritture, nel 1979; l’incipit sul fiume può vagamente ricordare l’attacco dickensiano de “Il nostro comune amico” (anche qui compare un cadavere in un fiume). Suttree è un protagonista che si presenta in maniera oscura, brevi lampi illuminano il suo animo, ma più spesso è avvolto dall’atmosfera cupa del paesaggio. Se “La Strada” appariva apocalittico e doloroso, probabilmente era perché il lettore non aveva ancora incontrato “Suttree”, un romanzo di perdizione e salvezza, dove si alternano dialoghi secchi e descrizioni barocche.

In alto, sopra il territorio più a valle, il fulmine vibrò senza un suono e si estinse. Il contorno illuminato di nuvole lontane. Una luce sulfurea. Ci sono draghi tra le quinte del mondo? La pioggia adesso cadeva più fitta. Una forte pioggia obliqua nella luce del lampione, che tagliava in due il quadrante dell’orologio. Tempaccio, dice il vecchio. E così sia. Che gli elementi della terra mi avvolgano, sarò sempre più granitico. La mia faccia dirotterà la pioggia come le pietre”.

Con il proseguire le immagini si fanno ancora più cupe, svuotate di speranza come nella descrizione del mercato coperto che trovate a pagina 78, troppo lunga per poterla citare.

Suttree vive sul fiume e del fiume vive, pescatore con un tipo di barca detta “schifo”. Il Tennesse River è una sorta di Stige, “il fiume come un trematode gigante che si srotolava denso e infetto oltre le eleganti dimore della sponda settentrionale”. Suttree è da poco uscito da una casa di correzione, ha un manipolo di amici, a cui sono dedicate molte pagine, ma la prima vera svolta è, nel romanzo, imposta da quell’inverno con il termometro che scende vicino ai meno venti. Nella città congelata, Suttree prende al volo un tram, lo lascia al capolinea, fine della corsa: dovrà tornare a piedi. Nel gelo più freddo della notte, Knoxville regredisce ad antico bastione acceso da luci e ombre: “A ovest le luci di Knoxville tremolavano in una leggera penombra, come certamente le rovine di molte città antiche viste dai pastori sui colli, dai membri di qualche tribù barbara arrancanti lungo i sentieri”.

Nei racconti degli amici ritroviamo lo stesso malinconico attaccamento alla vita di Suttree e le stesse immagini che sconfinano nella poesia. Come in Gene Harrogate, il topo di città, l’ideatore di piani folli, accampato sotto un ponte: l’umanità profonda di Suttree si manifesta nei suoi rapporti con gli altri. Indiani esperti, neri in punto di morte o il miserabile Gene perso tra le grotte, sotto la città, alla ricerca della ricchezza: “Lo stoppino vacillò e si afflosciò con un sibilo esile e il buio si richiuse su di lui assoluto al punto che Harrogate smarrì i propri confini, grande come l’intero universo e piccolo come la più piccola cosa”. Gli attori di questa storia sono uomini che McCarthy riesce ad avvicinare al lettore come persone, più che come personaggi.

Nella vastità del romanzo compare anche un ritiro sulle montagne, una sorta di disintossicazione, popolata da allucinazioni e immersa nel paesaggio tra Knoxville, Cherokee e Bryson, North Carolina.

Poi si ritorna in città alle risse, alle sbronze, sfuggendo a un arresto, ma non abbandonando mai gli amici: “Suttree alzò lo sguardo su di lui. Certo tu trascineresti a fondo anche il papa, disse. [E Reese:] Probabilmente lui nemmeno beve”.

In McCarthy le descrizioni si aprono ampie nel respiro precise e ricche di particolari. E’ una lingua magmatica, potente. La scrittura non è mai in affanno. Riuscire a sostenere l’enorme materia di “Suttree è un gesto eroico e da vero maestro. Cormac McCarthy è uno scrittore che può ridisegnare lo spazio-tempo secondo una sua logica, inclinando il piano verso quelle “coniugazioni di spazio e materia verso quel centro immobile dove i vivi e i morti sono una cosa sola”.

Cormac McCarthy, “Suttree, (ed. or. 1979 – trad. M. Balmelli), pp. 560, 23 euro, Einaudi, 2009.

Giudizio: 5/5.


5.12.2009 2 Commenti Feed Stampa