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Milla

di Rael

Ricordo d’aver pensato: in fondo è tornare bambini.
Quando sei piccolo non hai ricordi, ma associazioni: cibo, mangiare, fame, vasino, madre. gioco, sudare, sgridata, padre. merenda, nonna. luci, natale. E poi? Poi inizi a dimenticarti.

Di questa casa conosco ogni anfratto, ogni angolo: sebbene sia quella con l’aspetto più antico e signorile, è la più nuova dell’intero borgo. Affianco vendono un vecchio stabile diroccato che di anni ne ha almeno il quintuplo. Però sulla facciata di questa campeggia una lapide a un giovane ucciso il 25 d’Aprile ‘45. È pieno di lapidi di persone uccise tra il 23 e il 25: regolamenti di conti e imboscate, qui giace colui ha il suo nome inciso sull’acqua del torrentello ove sua madre strizzava i panni. A monte il risciacquo, a valle la saponata.
Che non sia morto davvero contro questo muro portante, costruito quarantotto anni dopo, non importa a nessuno e neppure a quelli dell’Anpi che vi han incollato sopra un mazzetto di fiori di plastica.

Ricordo di aver tolto la camicia e indossato una vecchia maglietta del festival metal di Málmø.
Ricordo che a me il metal non piace. Associo il metal a una macchina che sfrisa la fiancata contro un’altra mentre tentano di parcheggiarsi affianco l’un l’altra.
Ricordo e associo.

Ricordo e associo il sapore di metallo all’uovo.
Albumina.

Irina aveva due sogni nella vita: il primo era sposarsi agiatamente con un uomo tanto bello da piacerle e poco attraente perché non piacesse alle altre; il secondo di trovare un uomo con cui soddisfare il suo sogno erotico di verstirsi da Lara.

Il primo sogno fu semplice da attuare: una volta trovato quello che corrispondeva ai propri parametri, con una bella dose di fortuna perché Mauro non era più giovanissimo, aveva quasi quarantaquattro anni e quindi vent’anni di marchette: significava un lavoro ormai solido e aver imparato a vestirsi. Tutto si ridusse a conoscerlo, farsi piacere e rendersi indispensabile alla sua vita.

Irina non si chiamava davvero così: all’anagrafe faceva Emiliana, Milla per gli amici più intimi, e la sua unica passione vera era la Russia.
Non la Russia di oggi, sporca ruffiana e mafiosa: ma la Madre Russia, con la neve e le scarpe con le suole rinforzate, i cappotti di fustagno e i fazzoletti acconciati attorno ai capelli.
Irina, Milla, Emiliana era giovane e tutto quel che sapeva le veniva da libri e al massimo da qualche film in bianco e nero. Certo era che la Russia era comunque dalla parte del giusto: né buona, né cattiva, semplicemente giusta.

Durante il fidanzamento con Mauro, che durò all’incirca due anni, giusto il tempo per vedere se la cosa funzionava in pubblico con amici e parenti, se il sesso era piacevole e se le spese venivano coperte da lui con savoir faire piuttosto che da uno pseudo femminista alla romana, Irina diede segni di questa sua passione culturale. E quando Mauro come regalo per il primo anniversario le regalò l’edizione del 1957 dei discorsi di Khruščёv lei si sentì un piccolo fuoco ardere tra le nevi delle sue viscere.

La proposta di matrimonio Mauro gliela fece durante un’infuocata discussione su quanto fosse stato disgraziato Paolo Villaggio a trattare così male La corazzata Potëmkin: Milla era infervorata a dire la sua sulla cultura così disgraziatamente bassa dell’italiano medio, mentre Mauro riusciva a infilarsi nel monologo solo a sprazzi e non veniva ascoltato nel suo ribadire che quella era la Corazzata Kotiomkin, ma tutto era inutile, tutto inascoltato e quindi mise la mano in tasca e ne trasse la scatolina comperata quel pomeriggio stesso con la prospettiva di darglielo alla prima occasione buona.

-Che cos’è.
-Indovina.
-Un gioiello?
-Apri, no?
-Ho paura.
-Allora invece che dartelo te lo chiedo: mi vuoi sposare?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
-Oh.
-Era Potëmkin.
-…
Non Kotiomkin.

Il secondo sogno fu più difficile da attuare perché Mauro aveva sì un bel po’ di soldi da parte e una bellezza che passava inosservata alla maggior parte delle donne, ma anche viveva ancora con la madre, vedova e bisognosa di cure. La casa era grande, molto grande e il caro prezzi a metro quadro tagliò la testa al toro: avrebbero vissuto nell’alloggio con la suocera che, adorabile vecchietta, s’era fatta apprezzare senza essere invadente.

-di un uovo di fabergè dimenticato in una valigia color cuoio scurissimo con le fibbie d’un beige sporco attorno: questo uovo era tanto fragile che Irina diede ordine alla sua cameriera personale, nonché unica confidente e pseudo amica, di avvolgerlo in strati e strati di carta velina finissima alternati a sciarpe di seta tessuta a trama ancora più fina della velina stessa e di nasconderlo in un luogo ove non potesse essere toccato e di conseguenza rotto anche solo per la leggera pressione dei polpastrelli del pollice e dell’indice.
l’uovo era minuscolo, un uovo di quaglia con i più fini diamanti e i più piccoli opali ammezzo i più minuscoli smeraldi circondati dai più microscopici lapislazzuli: avvolto avvolto diverntò grosso come l’uovo d’uno struzzo e non c’era contenitore tanto grande per conservarlo ma che allo stesso tempo passasse inosservato.
fu così che Tanjia si ricordò della valigia che il suo bisnonno usò per arrivare a pietroburgo cento anni prima e riposta nel sottotetto dell’ala nord della parte ovest della dacja nella finta steppa siberiana ricostruita nel palazzo d’inverno per dare smacco alla fattoria voluta da Maria Antonietta a Versailles.

Questo mi raccontava la notte Milla, invece di far l’amore con me. Io provavo a chiederle chi fosse Tanjia, mi perdevo dentro questo uovo con su disegnato un giardino e mi addormentavo sereno.


18.11.2009 Commenta Feed Stampa