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Il senso delle svedesi per il cellulare

di Blicero

Nan

Anche usando la fica si può essere un’artista.
Moana Pozzi

Quando in Italia un film pornografico verrà interamente finanziato dallo Stato – cioè dal FUS, quella sorta di Freddy Krueger pubblico che molesta i sogni di Brunetta e Bondi sin dall’infanzia – probabilmente la Terra si oscurerà, saette impazzite guizzeranno dal cielo, la lava erutterà dai vulcani sommergendo l’abusivismo edilizio meridionale, la cupola di San Pietro si spaccherà a metà e Andreotti riuscirà ad ottenere i codici segreti per sbloccare l’immortalità.

Tuttavia una cosa del genere è successa in Svezia quest’anno, senza alcun corollario apocalittico, provocando solo qualche reazione sdegnata. Lo Svenska Filminstitutet ha infatti erogato 500 mila corone (69 mila dollari) per la produzione di “Dirty Diaries”, porno femminista diretto (si fa per dire) dalla regista Mia Engberg. L’idea nasce qualche anno fa da un cortometraggio realizzato su un cellulare, “Come Together”, in cui delle donne si riprendono mentre si masturbano. Messo su Internet, il filmino ha scatenato una serie di reazioni negative, tutte incentrate sul furto del quarto d’ora di vita di chi l’ha visto fino in fondo e, soprattutto, sulla bruttezza delle protagoniste. Da queste critiche la Engberg ha tratto l’ispirazione per la sua “opera”:

Ho trovato interessanti queste osservazioni. Hanno dimostrato che stiamo ancora vivendo con l’antica credenza che una donna e la sua sessualità dovrebbe far piacere allo spettatore più di qualsiasi altra cosa. In tutta la storia dell’arte, l’immagine della donna è stata creata dagli uomini. Lo sguardo è stato sempre quello di un uomo e la sessualità femminile è stata limitata a poche identità indicate dal sistema patriarcale (e dall’ego maschile artistico): puttana, moglie, madre, musa. Ora, nel 2009, è giunto il momento per un cambiamento.

Già. “Dirty Diaries” consiste di 12 corti, girati con cellulari dotati di fotocamera a -2.8 megapixel, che in cento interminabili minuti ridefiniscono completamente i concetti di “noia” e “agonia”. Ci sono scene di sesso “estremo” oltremodo avvilenti, donne semi-nude che fanno a wrestling con il montaggio, una specie di cartone animato disegnato da qualcuno a cui è stata appena mozzata la mano buona, uomini con parrucche e autoreggenti che si masturbano spasmodicamente intervallati dal primo piano delle rughe di una vecchia, immagini sfocate e tremolanti di frutta e saliva colanti da vari orifizi, penetrazioni al gusto psicofarmaco, fellatio amatoriali-ma-con-taglio-falso-artistico-pretenzioso, scene lesbo à la “Ok, Ho Visto Fucking Åmål 32 Volte E Non Riesco A Non Pensarci Mentre Riprendo” e pure del sesso telefonico, spezzone che nella pellicola raggiunge agevolmente l’Everest della tristezza. Nulla di particolarmente forte o disgustoso, intendiamoci. Ma naturalmente la visione è sconsigliata a chiunque non abbia il gas acceso da quattro ore, un accendino in mano e un pericoloso ripensamento sulla decisione di farla finita – a quel punto potrebbe trovare lo stimolo definitivo per passare a miglior vita.

Se mai servisse la riprova che il femminismo è l’ennesimo complotto della CIA e di ambienti medio-progressisti-fondamentalisti per convincerci dell’inferiorità delle donne che si ritengono superiori agli uomini, eccola servita su un piatto d’argento. La motivazione della Engberg ricicla vecchie teorie anti-porno del femminismo radicale1 fine anni ’70: il porno visto come frutto avvelenato della rivoluzione sessuale, strumento maschilista par excellence di sottomissione psicologico/esistenziale/sociale/economica, fantasia maschile della donna-oggetto, etc. Ma non si limita a riciclarle: le peggiora sensibilmente.

Si tratta di mostrare la sessualità attraverso il punto di vista femminile – afferma la Engberg – essa non è fatta per piacere a un pubblico maschile e non è fatta per fare soldi”. Il dubbio, anzi la certezza, è che “Dirty Diaries” non sia fatto per piacere al pubblico tout court. Per quanto i propositi di girare un porno “innovativo”, “anticonvenzionale” o “alternativo” possano essere in astratto meritevoli, l’intenzione autoriale si infrange clamorosamente a 230km/h sul guardrail della più totale inettitudine artistica, un po’ come fanno le abbondanti eiaculazioni di Peter North sui volti delle pornostar.

Goldin

È vero, esistono generi pornografici (un esempio su tutti: il Bizarro-Sleaze) decisamente vili, fatti non tanto per uomini che vogliono eccitarsi e/o masturbarsi, quanto piuttosto per uomini (anche per donne?) che hanno dei problemi con le donne e vogliono vederle umiliate2. L’intento esplicito di questi film non è la catarsi, ma l’aggiudicazione di una nicchia di mercato. Sono film volgari, nel senso etimologico di “popolare su scala di massa”, e proprio per questo senza alcuna particolare pretesa di sorta: basta che soddisfino perversioni irrealizzabili e quindi vendano.

Il contrario semantico di volgare è pretenzioso, snob. E il tentativo della Engberg e delle altre “autrici” di questa serie di corti pornografici3 è smisuratamente snob, dato che cerca miseramente di soggettivizzare il porno – ed è ridicolmente irrilevante il punto di vista femminile, o meglio femminista. “Il porno – diceva Carmelo Bene – non è più il soggetto in quanto oggetto squalificato, ma è starsi da oggetto a oggetto, non da soggetto a soggetto”. Niente io desiderante, solo “eccesso di desiderio”:

Quando tu fai qualcosa al di là della voglia, la voglia della voglia, questo è il porno. È una svogliatezza. Il porno è il manque, è quanto non è, è quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia.

La cosa più interessante di “Dirty Diaries” non è, come si è visto, il suo pressoché inesistente contenuto (va bene, lo ammetto: durante la visione ho saltato secondi su secondi dato che il cappio intorno al collo cominciava a stringersi sempre di più), ma è la concessione del finanziamento pubblico.

La decisione ha due diverse implicazioni, ed entrambe vanno sicuramente oltre la capacità di comprensione di un fondamentalista clericale nostrano che vede tutte queste cose come segni imminenti dell’arrivo di Satana sulla terra – o di un premier donna cintura nera di karate. Una delle funzioni di uno Stato moderno, contrariamente a quanto pensa l’alieno che si è impossessato dell’Area di Broca del cervello di Brunetta, è quello di garantire fondi per lo sviluppo della cultura. La decisione dello Svenska Filminstitutet conferma piuttosto esplicitamente la direzione schizoide presa dal porno in questi ultimi due decenni. Nella psicodinamica del porno c’è sempre stata una certa dose di vergogna, di intimo disprezzo e percezione di peccato. Ma ora il porno non è più nell’ombra, è qui fuori, nei nostri browser, alla luce del sole. La sua nuova rispettabilità crea un paradosso, dato che, come scriveva David Foster Wallace in “Considera l’aragosta

più il porno diventa accettabile nella cultura moderna, più dovrà spingersi in là per poter preservare quel senso di inaccettabilità che è tanto essenziale al suo fascino.

E cosa c’è di più inaccettabile di un film pornografico finanziato dallo Stato? Ma attenzione, non un porno qualsiasi. Solo un porno femminista4 può assumere una rilevanza lato sensu culturale.

Ed eccoci di fronte alla seconda implicazione del caso. Atteso che “Forza Chiara da Perugia” ha un valore artistico nettamente superiore (oltre ad essere tecnicamente più elaborato) al pastrocchio della Engberg, difficilmente l’industria pornografica tradizionale vedrà mai scorrere soldi pubblici nelle sue casse: al massimo se li vedrà prelevare dallo Stato attraverso un’imposizione fiscale schifosamente moralista.

Fin

Ad ogni modo, la Svezia è sicuramente uno degli Stati socialmente più avanzati, attenta ad ogni istanza multiculturale – e questa attenzione a volte può portare a promuovere produzioni culturali che sono decisamente nocive per il gruppo minoritario che le propone. L’impressione è che dandogli rilevanza pubblica i funzionari abbiano voluto inconsciamente punire il lavoro della Engberg, che altro non è che un filmino semi-amatoriale che ricalca in maniera sgangherata e maldestra tutti i peggiori cliché del porno maschilista che vorrebbe sconfiggere, e lo fa sotto un’odiosa patina di impegno artistico che stona come Sofia Coppola ne “Il Padrino parte terza“.

Lo sgarbo più imperdonabile del film è un altro, però. Se da noi esistono le studentesse fuoricorso dell’Accademia di Brera che si fanno gli autoscatti in clinica di disintossicazione credendosi Nan Goldin5, “Dirty Diaries” ci ha fatto scoprire che anche in Svezia esistono ragazze mediamente brutte che si vestono come marinai ubriachi di Malmö dopo una settimana di mare mosso e che sono convinte di fare arte inquadrando per diversi minuti il culo di un cameriere usando un cellulare di terza mano.

La pornografia è una cosa troppo seria per essere lasciata alle femministe.

  1. Le stesse che poi si erano trasformate in istanza di censura, saldandosi inevitabilmente con le tendenze repressive della destra cristiana più oltranzista. [torna su]
  2. Certo, basterebbero tre minuti scarsi di televisione per capire che il vero supplemento osceno/pornografico della sessualità non è tanto nei Bizarro-Sleaze quanto altrove, ma questo è un altro discorso. [torna su]
  3. Ce ne sono un paio di “erotici”, anche se sono talmente grotteschi e mal riusciti da non dover nemmeno essere presi in considerazione. [torna su]
  4. Di questo passo non escludo che tra qualche anno potranno esserci porno con sceneggiature complesse che affrontino temi sociali, filosofici, ontologici, patafisici e così via. [torna su]
  5. A proposito: tutte le foto nel post sono di Nan Goldin. [torna su]

9.11.2009 1 Commento Feed Stampa