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Solo i saccenti saranno salvati

di tamas

Uno, non sei nessuno/ due, tre, chi saresti te?
(Fabri Fibra)

Il protestantesimo, avendo eliminato l’ascesi e il suo punto centrale, il valore del celibato, ha già rinunciato in verità all’intimo nucleo del cristianesimo, e, in questo senso, dev’essere considerato un suo scarto.
(Arthur Schopenhauer)

Com’è fin troppo noto, l’Italia è un paese cattolico per storia e tradizione. Il cattolicesimo, per lo più nelle sue versioni più semplici e popolari, ha dunque plasmato l’identità della nostra nazione, abituandone i membri al rispetto delle gerarchie e all’umiltà contrita di chi lascia fare a chi sa fare, a chi perlomeno è tenuto a saper fare (caratteristica, questa, che senza dubbio può degenerare nella rassegnazione o nel comodo tirarsi fuori di chi non vuole responsabilità, né desidera pagare le conseguenze delle proprie azioni; e di questa degenerazione si ha in effetti testimonianza in numerosi brandelli della tormentata storia italiana).
Le cose, tuttavia, sono cambiate. Molti italiani, probabilmente per la prolunguata e non protetta esposizione alla mentalità statunitense e ai suoi prodotti culturali più di massa, appaiono oggi mutati. Certo, può aver contribuito a questo profondo cambiamento (quasi antropologico) anche lo scarso valore delle classi dirigenti italiane, di cui in effetti è sempre più arduo fidarsi in tranquillità; fatto sta che oggi moltissimi credono di saper giudicare e di avere il diritto di giudicare da soli, e da soli commentare la propria bibbia, come dei luterani. Ecco, tale è la mutazione: l’apparizione nel nostro paese di uno strato, non saprei come definire questo gruppo – che di certo non ha nulla a che fare con l’orientamento religioso – di novelli luterani sui generis. Fuor di metafora, diremo che a occhio e croce non ci sono più argomenti e ambiti riservati agli iniziati: sempre più tutti si sentono legittimati a parlare di tutto, e non per avanzare un parere, ma come evidenti possessori della verità.

Mi ha spinto a queste riflessioni, del resto non così originali, un aspetto delle recenti primarie del Partito democratico. Credo che sia apparso chiarissimo a tutti: dietro la candidatura di Ignazio Marino (rispettabilissima, per certi versi necessaria, tuttavia irrimediabilmente mediocre e inadatta) si è formato un seguito che con enfasi messianica e convinzione catara, degne forse di altre cause, si è messa a propugnare l’elezione del proprio campione e a riversare sui concorrenti ogni genere di accusa; la più sanguinosa delle quali era probabilmente quella di esser vecchi ed esperti del proprio mestiere, quindi di incarnare con ciò il temibile apparato. L’apparato è l’equivalente del clero: è quell’intermediario tra Dio e l’uomo che, per chi sente di possedere la chiave per la corretta lettura della verità, non ha ragione di esistere. Anzi, non c’è che una spiegazione alla sua esistenza: che sia lì a derubare gli uomini meritevoli, i prescelti?, del proprio diritto a decidere da sé che fare con Dio – Dio qui è la politica, il potere, le scelte importanti e definitive, per chi non l’avesse capito. Una simile razza di impostori e usurpatori merita dunque ogni insulto e tutto l’astio del mondo: solo così si spiega razionalmente l’effluvio di male parole riversate, in occasione appunto delle primarie, su gente che in teoria fa parte della stessa parrocchia dei nostri novelli luterani. Solo che le parrocchie non devono più esserci, e i nuovi partiti non debbono più mantenere immagini alle pareti: la santità non è nei vecchi che hanno seguito una morale esterna, la santità è in ognuno di noi, e guardare al di fuori di sé è nient’altro che politeismo.
Il popolino che invece si ostina a venerare l’apparato e a fidarsi dei propri dirigenti, questa risorta babilonia in salsa demosocialista, merita solo disprezzo: è gente che non vede, e se non vede è perché non ha in sé la verità e l’illuminazione. Spiegarla appare tempo perso, agli occhi di questi luterani (ma allora saranno forse più precisamente calvinisti?), che vengono per lo più da classi marginalmente istruite – parlano una lingua straniera, l’inglese, e si vestono alla moda – e odiano dunque l’ignoranza del popolo, che ha, tra tanti difetti, anche quello di essere pericolosamente vicino. Inoltre, il popolo è numeroso; e ciò è tipico di chi è destinato alla dannazione.
Il luteranesimo italiano, come ogni buon luteranesimo, non ha dunque santi e, non avendo santi, non ha esempi: non riconoscendo ad alcuno il valore di esempio, non ha chi additare per chiarire al mondo il proprio concetto di morale e di etica. L’etica e la morale restano allora, e su questo non metto in discussione la buona fede di nessuno, dentro i singoli individui; ma una morale così introiettata e personale è una morale invisibile, e una morale invisibile è una morale che non esiste. Normale dunque che le posizioni divengano così urlate e prive di dubbi: se non ho un canone esterno – terzo, e terso – su cui regolarmi, in che maniera potrò calibrare la mia posizione e trovarvi magari dei difetti o un qualcosa di incompleto prima di esporla? Il tutto si riduce invece alla propria convinzione: più si è convinti della propria idea, più la si giudicherà giusta.
Non stupisce più, nel caso almeno di persone non depresse che abbiano perciò, coerentemente, una giusta e normale autostima, che le opinioni espresse suonino quindi tanto definitive ed intolleranti: se si è puri, e chi ha il coraggio di giudicare l’operato degli altri non può che giudicarsi così, anche le proprie idee devono esserlo. E le parole invece che discordano non sono più sbagliate o scorrette, sono impure; e chissà, se non vivessimo in un’era tanto scristianizzata, si direbbe e si scriverebbe magari che è il demonio a parlare per bocca – che so io – di Pierluigi Bersani.

C’è comunque un ulteriore problema in tutto questo: l’autolegittimazione della propria morale, che è la condizione precedente e richiesta per accedere alla purezza, porta dritti alla ipervalutazione di sé. D’altra parte, di nuovo, è comprensibile: se sono in grado di fissare una morale, non ho forse la statura, non dico di un dio, ma certamente di un suo onesto interprete? Ecco dunque che si arriva al meésimo, ossia la religione di chi in fondo crede soltanto in sé stesso, ultima e compiutamente italica versione del luteranesimo, e solo se stesso valuta come degno di rispetto e di stima. Una manifestazione piuttosto eloquente del meésimo la si trova nella pretesa, anche questa osservata in certi simpatizzanti del centrosinistra, che il partito o la coalizione per cui vorranno votare li rappresenti, pena l’astensione o il voto per un altro partito: come se fosse possibile, in base alla statistica e al più semplice buonsenso, che un singolo individuo possa ritrovarsi perfettamente nel programma e nelle idee di una struttura politica che è la somma e la sintesi delle idee e delle azioni di milioni di persone. Ma ciò non conta, per chi è accecato dal meésimo: se il partito non è fatto su misura dell’ego spropositato e delle proposizioni banalotte del novello luterano, dev’esserci qualcosa di sbagliato nel partito. Che merita allora ogni sarcasmo e ogni contumelia.

Tutto questo, lo si vede, differisce di molto dal lascito di rigore personale, senso di responsabilità e della giustizia etica che il protestantesimo – parliamo ora del reale fenomeno storico – ha regalato all’Europa, con uomini come Müntzer o Melantone; e assomiglia semmai a quel proliferare di sette basate solo sull’arroganza e sull’individualismo che è la regola del mondo evangelico negli USA. Forse, peraltro, non è un caso, e dobbiamo considerare il fenomeno analizzato fin qui come un altro dei graditi doni dei nostri grandi fratelli e una tappa del nostro definitivo omologarci alla loro luminosa civiltà.


29.10.2009 4 Commenti Feed Stampa