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Il protocollo di una caduta: “Bangkok” di Lawrence Osborne

di Enzo Baranelli

bangkok osborneAllora è questo un uomo solo?”

Documentario e finzione sono così fittamente intrecciati che è impossibile seguirne i confini: “Bangkok” di Lawrence Osborne è un romanzo che barcolla verso un improbabile, ma reale inventario di un’umanità in fuga e in questa sua meticolosa ricerca diventa documento. Una pagina tra le tante su un universo poco comprensibile, poco comprensibile forse solo perché chi guarda sbaglia a inforcare gli oculari giusti.

Osborne racconta quasi una vita intera vissuta a Bangkok: la formalità dei visti, gli appartamenti, gli affitti, i dettagli minimi. “A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta […]. I voli pindarici, i grandi progetti: tutto via nel cestino. Forse non per sempre, ma tant’è”.

Non siamo nel terreno delle sbornie e degli eccessi, niente isole nella corrente, Osborne possiede la lucidità di Greene, sebbene sia impossibile non notare una vena di follia lievemente suicida. Sono i personaggi che animano il libro a trasportare l’autore in un mondo di club, bar, perfino ospedali. Il protagonista finisce in corsia per una epiglottite, e qui si sfiora la dimensione di una farsa barocca nella descrizione dei malati, con tanto di flebo, che si ritrovano al bar dell’ospedale. Nel paradiso dei piaceri, Osborne introduce il tema della decadenza e poi quello della morte. Dice il suo vicino di letto: “A Bangkok hai la sensazione che la Terra continui a girare ed è l’unica cosa che conta. E’ una presa in giro, e finirà presto, molto prima di quanto pensiamo. Ci divertiamo un po’, prima di addormentarci per sempre. Non sono posti per giovani che di questa roba non sanno niente, sono fatti per chi sta morendo. Solo chi sta morendo nella carne e nello spirito può coglierne la bellezza”. Naturalmente molte ONG non sarebbero d’accordo con una tale visione, ma questo, in fondo, è un romanzo. Il romanzo del viaggiatore.

Bangkok è il luogo per il camminatore notturno, che arriva ad apprezzare le zaffate di marijuana fredda e basilico rancido, le ragazze che ti sfiorano mormorando sempre le stesse due parole. Bangkok è l’ultima spiaggia e insieme il luogo perfetto per i dilettanti della latitanza (“numerose agenzie investigative hanno aperto delle sedi a Bangkok“).

La città ha molte facce, l’aspetto turistico e il lato antico convivono fianco a fianco, come templi e bar. Qui tutto assume una connotazione magica, d’altronde il Re è la diretta incarnazione di Vishnu. L’autore nei suoi numerosi percorsi all’interno delle varie anime della città, ci presenta dialoghi memorabili oppure semplici descrizioni: “Il tempio Wat Khreuwan sorge sul canale. La sua esile ciminiera si specchia nell’acqua, e ogni tanto, improvvisamente, butta fuori un po’ di fumo bianco, le ceneri di un corpo cremato. Qui a Bangkok Yai la città giace sul suo letto di morte, come un vecchio coricato su un fianco a fumarsi la pipa”. E mentre “a Parigi tra tutti quei restauri impeccabili, mi ero sempre sentito in colpa, convinto che tutti mi vedessero per quel che ero: un essere non abbastanza perfetto. A Bangkok ciascuno è libero di andare in pezzi come meglio crede”.

Anche il cibo può essere un tabù, almeno se si possiede la conoscenza del camminatore notturno di Osborne: “Finché parliamo di gamberetti e di wanton tutto bene, ma alcuni baracchini propongono solo insetti, il piatto base dei muratori thai. Sono come musei di storia naturale su due ruote, e anche solo capire cosa ci sia in esposizione richiede la conoscenza di un intero lessico, se non di una tassonomia”. Ma naturalmente anche questo tabù, misconosciuto, è destinato a cadere, e vediamo il protagonista ordinare un gigantesco scarabeo d’acqua, cosparso prima di salsa speciale: “Il tuo primo bacherozzo: che sollievo. Si può anche farne a meno, però il punto è che uno non sempre ha voglia di essere tutto d’un pezzo, e quello che mangi ti aiuta a cambiare il modo di vedere le cose. Addenta una cimice d’acqua e l’esotismo va a farsi benedire”.

L’universo multistrato affrontato da Osborne è anche l’oggetto del desiderio di molti espatriati. Nel suo incontro con Farlo, un inglese ex mercenario, che gli racconta della guerra in Angola, l’autore esprime per la prima volta il concetto dell’ignoranza come una forma di morbido muro mentale: “Gli occidentali vengono a vivere a Bangkok perché non ci capiscono niente, dalla scrittura in su è tutto un mistero impenetrabile. Per un farang l’ignoranza ha un che di rassicurante, e qui è garantita: per quanto bene uno conosca la cultura thai, non arriverà mai oltre un certo livello” E poco oltre […]: “Era come essere circondato da un muro molle, che in realtà non avevo alcuna voglia di attraversare. Il lato chapliniano dei fraintendimenti reciproci mi aveva sempre deliziato”.

Osborne non è uno scrittore politically correct, per fortuna, e “Bangkok” si eleva al rango di opera d’arte, un’opera di letteratura, perché  lo è, e basta, come il precedente “Il turista nudo” (Adelphi, 2006). La potenza narrativa del romanzo del viaggiatore comunica un’incessante voragine di immagini, odori, suoni e Osborne coglie la sottile bellezza di questa gioia mentale al limite della follia. I suoi personaggi, le sue immense immagini di viali o vicoli, di muri, di amici mai rivisti, tutto questo è “Bangkok“: “Il realismo non è facile. O forse è solo il risultato di una vita difficile”.

Lawrence Osborne, “Bangkok“, (ed. or. 2009 – Trad. M. Codignola), pp. 260, 20 euro, Adelphi (2009).

Giudizio: 5/5


13.10.2009 Commenta Feed Stampa