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Quasi ma non proprio. Il Giorno dell’Indipendenza di Richard Ford. (II)

di Enzo Baranelli

ford2Dopo “Sportswriter” (1986), ritorna la vita di Frank Bascombe. Ora siamo nel 1988, Frank ha quarantaquattro anni e non è più un giornalista sportivo, ma fa l’agente immobiliare. E non dite “Che tristezza!”, perché già a pagina venti, circa, avrete cambiato idea. Ford porta il lettore nelle pieghe della vita. Per un istante tutto appare chiaro, giusto il tempo di pronunciare le parole scritte o di rileggere un paragrafo poi la vita si richiude alle spalle del protagonista e del lettore.

Il Giorno dell’Indipendenza” (1995) è ambientato poco prima del quattro luglio: Frank cercherà di vendere una casa ai Markham arrivati dal Vermont, passerà un po’ di tempo col figlio Paul (l’ex moglie si è risposata) e vedrà per una serata Sally.

L’autore ha la capacità di dilatare il tempo. Ford ogni dieci anni circa scrive questo romanzo, dopo il terzo (“The lay of the land“, 2006) credo che abbia finito, un romanzo dove, durante una vicenda di pochi giorni Frank Bascombe, racconta quello che succede (non molto, in realtà: è vita quotidiana o quasi) e quello che pensa (molto: è una persona riflessiva). Costruisce spiegazioni, traccia le mappe che lo hanno condotto dove è ora e subito inizia a dubitarne.

Leggere Ford è sempre un’esperienza di profondità, il fatto che le coordinate del presente del racconto siano raccolte in uno spazio e in un tempo ristretti amplifica questa sensazione.

Una delle esperienze tipiche di Frank Bascombe, e anche una chiave della narrativa di Ford, è racchiuso nel sentimento del “quasi (ma non proprio)”.

Nell’aria che si muove appena si sente ronzio umano e il respiro della risacca, il basso brusio delle radio e dell’acqua che copre parole dette in un sussurro. In tutto ciò c’è qualcosa che mi commuove fin quasi alle lacrime (ma non proprio); la sensazione di essere stato qui, o qui vicino, di essere stato qui tempo fa, soffrendo atrocemente, e che sono qui di nuovo, respiro la stessa aria di allora. Solo che niente si manifesta, niente fa un segnale. L’oceano serra le file, e altrettanto fa la terra”.

Anche nei rapporti amorosi Frank è una persona riflessiva e, come molti, essenzialmente stupida. Volevo scrivere “come tutti noi”, ma, si sa, ci sono menti acute e brillanti che non possono essere catalogate e in effetti non può esistere il concetto di “tutti noi” se si considera che alcuni esseri arrivano a compiere atrocità efferate oppure, più banalmente, arrivano a valutare come un capolavoro o anche solo un’opera letteraria un libro sui numeri primi e la solitudine che si avvicina più che altro al concetto di spazzatura piuttosto che a quello di letteratura. Oppure, forse, proprio il fatto di comprendere queste differenze può contenere l’idea che, in fondo, un “tutti noi” esista; cioè il concetto di fare due passi indietro e osservare la situazione.

“-Frank, fai troppi salti nel passare da un argomento a all’altro. Non riesco a seguirti molto bene-.

-La pensa così anche mia moglie. Forse dovreste parlarne, voi due. Credo di trovarmi più a mio agio nella corrente principale. E’ la mia versione del sublime-.

-E sei anche molto guardingo- dice Sally. -E non ti impegni. Lo sai, vero? Fai i salti, sei guardingo e non ti impegni. Non è una combinazione molto facile, per me-. (E neanche buona, ne sono certo).

-I miei giudizi non sono molto solidi- dico -e quindi cerco di non causare troppo disturbo-”.

Ecco, la scrittura di Ford è quasi, ma non proprio, così.

Richard Ford, “Il Giorno dell’Indipendenza“, (ed. or. 1995), pp. 468, 12 euro, Feltrinelli, 1996. Economica 1999.

Giudizio: 5/5


7.10.2009 Commenta Feed Stampa