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Rintra

di Antonio Bonventre

Ammuttava. Soccu ammuttava un si sapi. Ma iddu ammuttava. Eppoi turnava narr. Sannacava, ecco. Siccava ravanti e poi narr. Ava un pupiddu nte manu, tuttu lordo. Era lordo puru iddu. Per u farfallino au so posto era. E ammuttava e sannacava.

U marmu ra panchina ava essere friddu, ma iddu un sinni faca, iddu continuava. Iddu parrava. Parrava sulu. Cu pupiddu lordo. Sulu parrava e sulu era rintra lu scruscio di treni. I cristiani chi passiavanu, cu era incazzato, cu si vasava, cu rireva e cu nenti e passava e basta.

Ravanti e narr iddu sannacava. Sar che era pazzo, comu tutti. Semo tutti pazzi. Rintra lu scruscio di treni. Rintra.

Spingeva. Cosa non dato sapere. Ma spingeva. E poi tornava indietro. Si cullava, ecco. Si buttava in avanti e poi indietro. Tra le mani un piccolo pupazzo, tutto sporco. Come lui. Per il farfallino era al suo posto. Spingeva e si cullava.

Il marmo della panchina su cui sedeva doveva essere freddo, ma non se ne curava, continuava. Parlava, da solo. Col pupazzo sporco. Da solo parlava e solo era dentro il rumore dei treni. Le persone che andavano avanti e indietro, chi era incazzato, chi si baciava, chi rideva e chi non faceva niente e passava e basta.

Si cullava. Forse era pazzo, come tutti. Siamo tutti pazzi. Dentro il rumore dei treni. Dentro.


21.09.2009 Commenta Feed Stampa