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Nella luce obliqua: Il peso del corpo di Ehud Havazelet

di Enzo Baranelli

Havazelet copNella luce obliqua che penetra dalle feritoie nelle baracche del campo. Nella luce obliqua dei sentimenti di Sol verso i suoi figli, a cui non dirà nulla di quanto è successo nei campi di sterminio, perché almeno loro possano “davvero” avere un futuro. Nella luce obliqua che colpisce ogni oggetto, personaggio o dialogo ne “Il peso del corpo” di Ehud Havazelet (nato a Gerusalemme nel 1955, ma residente in Oregon). A ben vedere il sole rimane a picco su di noi per pochi istanti, per il resto siamo sempre immersi nella luce obliqua che genera corte o lunghe ombre. La storia di Sol e Freda, due sopravvissuti, e dei loro figli Daniel e Nathan è solo un punto di partenza, che nel romanzo si perde nel continuo fluttuare di piani temporali e punti di vista. Memoria e sogno si mescolano e il lettore si fa strada sentendo un nodo allo stomaco ora stringersi, ora diventare insensibile.

Daniel, in un incipit memorabile, vede (siamo nel 1968) le manifestazioni alla Columbia University riprese da un telegiornale. Poi ci spostiamo nel 1995: ricostruiamo la storia per azioni, ricordi e verità nascoste. Daniel ha abbracciato le sue passioni: leader dei movimenti di protesta, a cui è seguito l’attraversamento degli anni ’70 e ’80 passando in rassegna droghe e oblio, fino all’eroina.

Nathan ha sempre vissuto all’ombra del fratello, ma senza pedinarne gli eccessi (ad eccezione dello sfinimento ricercato nell’alcol). A trentanove anni pare aver trovato la sua strada, infatti è un dottore, sebbene gli manchi una specializzazione. La sua storia con Janet ricucita e poi strappata bruscamente è quello che lascia, quando, con il padre Sol (la madre è morta anni prima), parte per San Francisco per recuperare le ceneri del fratello ucciso in una sparatoria. Le ceneri: l’ultimo schiaffo o piuttosto solo un ironico sogghigno verso un padre scampato ai forni. A San Francisco, Sol e Nathan si perderanno, e non solo letteralmente.

Il peso del corpo” di Havazelet ha il ritmo della poesia, avanza con movimenti onirici e poi repentine accelerazioni che preludono a un momento di immobilità. Quando sentiamo il peso del corpo, e siamo incapaci di muovere un passo. Ehud Havazelet colpisce il lettore per lo stile originale, per l’ordine preciso delle parole, per la cadenza ritmica del suo procedere; per l’emozione trattenuta dei suoi personaggi, preda di esplosioni improvvise, improvvise cadute nell’oblio che sia l’alcol per Nathan o la droga per Abby, l’ormai ex, compagna di Daniel. Avrebbero potuto avere tutto Nathan e Daniel, il padre proprietario di una fabbrica poi venduta a una grande azienda; ma nel sogno americano, già pervaso dalle crepe dell’autodistruzione, il pesante retaggio di un passato vissuto a pochi passi dai camini da cui si alzava la cenere d’uomo, chiede la sua parte. E l’avrà.

Ehud Havazelet, “Il peso del corpo” (ed. or. 2007) pp. 352, 21 euro, Einaudi, 2009.

Giudizio: 4/5.


16.09.2009 Commenta Feed Stampa