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Un racconto irto di luoghi comuni

di tamas

La Morte stanotte è sdraiata accanto a lui, sul suo letto, e lo guarda con una tenerezza e un desiderio che lui sente brucianti, pur non vedendo nulla, perché il suo collo è bloccato e i suoi occhi sono chiusi. La Morte lo accarezza e lo bacia. Le carezze della Morte sono, per definizione, gelide; questo non gli impedisce, tuttavia, di avvertire un’erezione dolorosa e potente, come non credeva gli sarebbe mai più successo. La Morte si accorge di tale reazione, ma non è in alcun modo stupita.
Buttatela giù dal mio letto. La mano della Morte, meno fredda delle proprie carezze, stringe il pene dell’uomo. Buttatela giù dal mio letto, non la voglio qui. Ma l’erezione non si placa e non scompare.
A tutti capita di vedere la Morte, durante la propria esistenza. È cosa normale e capita spesso, com’è normale a volte desiderarla e avvicinarsi a lei, arrivare a distanza di un bacio dalle sue labbra invitanti, poi fermarsi e lasciare che la sua figura agile e provocante si confonda e sparisca tra la folla, in attesa di un altro bacio. A quest’uomo, per esempio, capitava a volte di passare in moto per una strada dritta e scura che conduce alla campagna, alla campagna ricoperta di bassi filari spessi di foglie verde scuro, e sono le infinite coltivazioni di kiwi che suggeriscono fresco e ristoro anche in mezzo all’estate, quando il grano è rapato via e il sole scotta le colline e le rende brulle; a volte, mentre percorreva quella strada vuota e silenziosa, costui intravedeva davanti al verde scuro quella donna, e gli veniva voglia di prenderla sulla sua moto, accarezzarle i capelli e baciarle i capezzoli rosei, e non frenare mai più. Eccitato da quei pensieri, si ritrovava scomodo sul suo sellino, e solo allora si ricomponeva sentendosi stupido e vergognoso. Ma la Morte continuava a sorridergli a bordo strada, quando lui passava per vie dritte e silenziose.
La Morte è una bionda imbronciata, adorabile, che ti guarda di sottecchi e forse ti sorride (almeno a te sembra che sia così, anche se in apparenza non ha mai smesso il suo broncio). Ha cosce piene e abbronzate e un seno impertinente che sembra pizzicare la magliettina, più che riempirla. La Morte è bellissima. A volte le persone, dimenticandosi di averla vista spesso e di averla desiderata, non sembrano capacitarsene, e la raffigurano orrenda; ma in realtà sono i morti ad essere brutti, gonfi, incavati, squarciati, ghignanti, taglianti, incompleti, cianotici, pallidi, bruciati, con gli occhi infossati nel proprio dolore, o le dita fermate per sempre in smorfie sgraziate. La Morte invece è molto bella e gode di una salute di ferro.
Mi ha vegliato la mia prima notte in ospedale, quando nessuno trovava la mia famiglia. Sedeva su una seggiolina o girava per le corsie quando amici e parenti parlavano con i medici, mi ha tenuto la mano mentre mi infilavano in quella camera opaca e mi aprivano e chiudevano per cercare di salvarmi. Ero debole, sono debole, e non ho rifiutato il suo conforto. Quando intorno a me hanno parlato di speranze, la vedevo appoggiata allo stipite azzurro, indecisa se lasciare o no la mia stanza. Era graziosa come sempre, però io avevo visto una via e ci avevo creduto, così ho lasciato che se ne andasse. Poi la speranza è sparita pian piano, i miei occhi non si sono riaperti e le mie gambe sono rimaste lontane e divise dal corpo, e avrei voluto piangere; lei è tornata, mi ha vegliato altre notti, ha di nuovo tenuto la mia mano. E a forza di avvertire la sua stretta, non mi è parsa più né gelida né intollerabile.
La Morte scosta una spallina, lieve, poi si china appena e sembra uscire dal vestito di lino color porpora che si adagia a terra. Sotto, è nuda, e nella luce fiochissima delle tapparelle e dei neon della corsia il suo corpo sembra più esile e pallido di come realmente sia. Risale sul letto e sul corpo di lui, e accarezza con le dita il suo petto. È sopra, è intorno a lui.
Io devo fuggire. Non devo pensare a lei. Non devo pensare al suo seno, ai suoi occhi celesti puntati nei miei, come se potesse vedere oltre le mie palpebre, non devo pensare al suo movimento rotondo, devo dimenticarla, scordare com’è bella, io devo fuggire.
E poi, dove vado? Se le mie gambe non vivono, su cosa appoggiarmi nella fuga? e dove andare? Lei ha atteso il suo tempo, ed è venuta da me secondo giustizia, non per rapirmi ma per accompagnarmi. Scacciandola ora, compirei un grave peccato. Poi, inutile negare che sia bella, perché adesso è bella.
L’ultimo fiotto di vita esce dal corpo di lui, e la Morte sussulta. Poi, svelta, attenta, si china sull’uomo, che la cerca, e lo bacia teneramente; la mano di lei sulla sua guancia adesso è calda e rassicurante, e a lui non importa più nulla. Pian piano svanisce tutto, e resta solo l’indifferenza, il silenzio, la pace.


10.09.2009 1 Commento Feed Stampa