Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Zibaldone > Minatori

Minatori

di Sauro Sandroni

In questi giorni, per motivi di studio, sono immerso in un mondo fatto di minatori, lotte sindacali, crumiri, repubblicani, anarchici, socialisti e fascisti (che sarebbe un po’ il mondo dove dovrei essere nato io, se il mondo fosse una cosa fatta bene) (ma col cazzo che è fatto bene, il mondo, e infatti eccomi qua, a misurarmi coi sostenitori di Papi tutti impegnati nella difesa dell’inviolabile diritto, anche per i presidenti del consiglio, di andare a troie).

Sto leggendo diversi libri sull’argomento “minatori toscani dell’8oo e del ‘900”. Uno di questi è “I minatori della Maremma”, di Bianciardi e Cassola. Consigliatissimo a tutti, anche a chi dei minatori maremmani se n’è sempre sbattuto. Gli altri sono più tecnici, da storici, quindi manco ve li dico (a meno che non me li chiediate) (in ginocchio) (stronzi).

A me interessa capire come lavoravano i minatori, quanto stavano sottoterra, a che profondità andavano, cosa scavavano, quanto, quanto guadagnavano, cosa rischiavano, di cosa morivano, come si vedevano loro e come vedevano il loro mondo. Mi interessa anche capire come la pensavano, che idee politiche avessero, come si erano organizzati. Perché ad un certo punto si organizzarono: società di mutuo soccorso, leghe di resistenza, confederazioni, sindacati. Sto studiando tutte queste cose qui e mi è venuta in mente una storia che, se fossi un romanziere, ci scriverei un romanzo.

La storia è questa. C’è una miniera, in un borgo medievale della Maremma, una miniera di lignite, dove questi minatori – ex contadini che la scoperta del minerale ha fatto trasformare in operai – lavorano in condizioni proibitive: 10 ore al giorno, in cunicoli alti meno di due metri e larghi uno, a duecento metri di profondità, con un caldo e un’umidità assurdi. Il lavoro fa schifo e il rischio di morire (sepolti da una frana o cremati da un’esplosione di gas) è sempre presente. Ci sono scontri con la proprietà: tutele non ne esistevano, quelle che abbiamo noi (fino a che non ce le tolgono) sembravano un miraggio. Ogni piccolo passo avanti, anche le cose che oggi ci sembrano la soglia minima della più infima traccia di civiltà, andavano strappate ai padroni con lo sciopero, la contrapposizione dura, le botte (prese e date).

Siamo negli ultimi anni dell’800. C’è un gruppo di minatori in lotta. Tra loro ci sono vari caratteri: il giovane focoso, l’anziano saggio e scafato, il pavido filo-padrone (tipo cisleuil), il dirigente figlio di puttana e quello più o umano, che però alla fine è coerente col corso delle cose e fa comunque la sua parte fino in fondo, scegliendo di stare con l’azienda. Questi vengono tutti buoni per il romanzo, per creare l’intreccio, per cosare il coso. Non sono niente di troppo originale, ma se io fossi un romanziere non sarei certo un romanziere originale. Scriverei cose già scritte, racconterei cose già raccontate. Insomma, rischierei di vincere i premi letterari più cazzuti che abbiamo, via. Magari potrei mettere una storia d’amore tra il focoso e una ragazza del posto, una specie di pasionaria che lotta per i diritti dei suoi uomini e per i suoi, oppure tra il focoso e la figlia del padrone. La fica tira sempre, eh.

Il gruppo di minatori è lì che lotta per lavorare meno, per guadagnare di più, per non rischiare di morire nelle gallerie. Sono in sciopero da giorni, da quasi un mese. Nessuno ha ceduto, i crumiri non si sono visti, i sorveglianti dell’azienda non hanno picchiato nessuno e non ci sono stati episodi violenti. Ma tra gli scioperanti cominciano a vedersi segni di cedimento: non riscuotono la paga da giorni, la cassa della lega di resistenza è vuota, la gente ha semplicemente fame. Un uomo, un ragazzo del posto con moglie e due figli, senza nessun altro mezzo di sostentamento che non sia la miniera, decide di entrare al lavoro. Da solo.

Il ragazzo rischia il linciaggio da parte dei suoi colleghi più arrabbiati. Dal posto dove i minatori sono riuniti parte una squadra di operai: si dirigono a casa sua, vogliono picchiarlo. Se lui entrerà al lavoro, altri lo seguiranno e la dirigenza della miniera avrà vinto. Un mese di sciopero non sarà servito a niente, se non a fare la fame. Il gruppo raggiunge la casa del crumiro. Viene sfondata la porta, il ragazzo è afferrato mentre è a tavola con la famiglia ed è trascinato fuori. I suoi bambini piangono. Stanno per linciarlo. A quel punto interviene il vecchio operaio, quello saggio. Arringa la folla. Questo è quello che hanno sempre voluto i padroni: dividerci. Metterci l’uno contro l’altro, il povero contro quello ancora più povero. Non diamogliela vinta anche questa volta, non caschiamoci. Il ragazzo è disperato perché non ha di che nutrire i suoi figli: facciamo uno sforzo, un altro ancora, e aiutiamolo. Diamogli quello che abbiamo, quello che possiamo. I suoi figli potranno mangiare, e la prossima volta sarà lui che aiuterà noi.

Il vecchio finisce di parlare. I minatori lo hanno ascoltato. Abbassano i bastoni, fanno cadere le pietre che stringevano in mano, gettano via le corde con cui volevano fargli chissà cosa. Liberano il ragazzo. Gli portano ceste di frutta e verdura, formaggio, qualche raro pezzo di carne. Anche qualche soldo, un discreto gruzzolo. Il ragazzo sembra inebetito, piange. Sua moglie, una ragazzina poco più che ventenne e vestita di stracci, ringrazia tutti, incredula. Le altre donne le si stringono intorno, le ravvivano i capelli.

Il ragazzo non entrerà a lavorare. Continuerà a fare sciopero insieme a tutti gli altri. La lotta andrà avanti.

Fine. Io, il mio romanzo, lo finerei qui. Sarei contento di quello che ho scritto, ma ignorerei il fatto che la storia non è finita. Lo ignorerei perché lo vorrei ignorare, non solo perché sia tendenzialmente scemo. Lo ignorerei, dunque, ma la storia andrebbe ancora avanti, se fosse un romanzo vero. Il ragazzo, dopo aver preso i soldi della colletta, si licenzierebbe dalla miniera, e partirebbe con la sua famiglia per andare a cercare fortuna all’estero. In culo a chi rimane. Non piangeva perché si era commosso, piangeva per la rabbia di quelli lì, che gli sono sempre stati sulle palle, che si permettono di aiutarlo perché non ce la fa. Come se a non farcela e a farsi aiutari dai tuoi compagni ci fosse qualcosa di cui vergognarsi. E poi, prima di partire, il ragazzo farebbe ai carabinieri i nomi di quelli che volevano linciarlo, di quelli che gli hanno sfondato la porta di casa. Oh, la porta di casa! Di casa sua! Con quello che costano, le porte. E già che c’è, il ragazzo farebbe anche il nome del vecchio operaio, quello che non si chetava mai e aveva anche la pretesa di insegnargli qualcosa, quello stronzo. Cazzo voleva quel vecchio? Chi era per dirgli cosa fare e cosa no?
A quel punto, con la denuncia, gli sbirri possono finalmente intervenire. Fanno irruzione e arrestano chi dicono loro. I minatori più combattivi sono sbattuti dentro, anche il vecchio. La miniera fa intervenire i suoi sorveglianti-picchiatori. Lo sciopero è finito, la gente ha paura e riprende a lavorare. Per pacificare davvero la cosa, la dirigenza concede ai minatori un piccolo aumento di qualche lira. Nei libri di storia lo chiamano “paternalismo”. Il cottimo resta, il turno di lavoro di dieci ore lo stesso. La figlia del direttore non sposa il giovane operaio focoso, ma un industriale della carta, un lucchese eletto in parlamento tra le file del partito liberale.

Questo sarebbe il vero finale del romanzo, non quello che ho pensato io. Io mi sono fermato troppo presto. Ed ecco perché io non potrò mai essere un romanziere. Ed ecco perché il mondo va di merda.

Se io fossi un romanziere, il mondo sarebbe un posto migliore. O forse è il contrario. Non lo so, i finali non mi riescono bene. Né dei romanzi, né dei post.


31.07.2009 2 Commenti Feed Stampa