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Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno

di Elisa Bolchi

Bonetti.aspRacconto d’inverno è un romanzo che mostra chiare le proprie origini fin dal richiamo in copertina. La storia, se vogliamo chiamarla così, e le atmosfere sono infatti quelle del Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi e di Stalker, il film di Andrej Tarkovskij, e sono infatti queste opere ad aprire il libretto.
No, non si tratta di un errore, ho scritto proprio libretto. Perché Bonetti è musicista, compositore, e si sente. Si sente dalla musica delle parole che è, senza dubbio, il pregio maggiore di questo denso romanzo che pare, a più riprese, una vera sinfonia, anche se per pochi elementi (e Racconto d’inverno è anche, infatti, una suite musicale). La forma non è solo ritmicamente perfetta ma è ricercata come in un lungo poema, fatta di allitterazioni, ossimori, assonanze, similitudini e sinestesie, tante, tantissime lungo tutto il libro. Si potrebbe scorporarlo in più punti e farne un’analisi retorica, se non si volesse invece seguire la trama: un uomo in fuga, non sappiamo da chi o da cosa (né lo sa lui), un vecchio bambino, che abita una casa in apparenza deserta, inghiottita da una faggeta, che si offre di fargli da guida salvo fallire nel tentativo. Una sorella, che non sappiamo se viva o morta. Alle spalle di tutto una guerra civile, non meglio precisata. Come ho già detto, gli elementi sono quelli del Landolfi e di Tarkovskij, nulla di nuovo, in questo senso, ma nulla di interessante, del resto. Bonetti non va letto, a mio parere, per saper della trama, come l’Ulisse non si legge per la curiosità di sapere cosa combinerà quel buffo tipo di Bloom per le strade di Dublino. Bonetti va letto per la riflessione sull’uomo e sulla parola.
E non è una lettura facile, ché a trovarsi nelle sue pagine spesso si è spinti a pensare a un labirinto: quello della mente dei personaggi, insondabile, in cui la veglia e il sogno – o l’incubo – sono irriconoscibili; il labirinto più concreto costituito dalla casa dove i personaggi si nascondono, si cercano e dove trovano più di quanto fosse dato immaginare, e infine il labirinto della parola, perfetta, melliflua, che ci stordisce di immagini e di richiami che costringono la nostra mente a una fatica, a volte estenuante, per cogliere il senso di quei suoni.
Per diversi passi, soprattutto in apertura, Bonetti ricorda certa letteratura del dopoguerra, certe atmosfere alla Pavese, alla Silone. Sarà la guerra sullo sfondo, combattuta in montagna, che a noi italiani non può non far pensare alla tradizione con cui siamo cresciuti. Il linguaggio di Pavese è però più scarno, più ridotto all’osso (sebbene anch’egli, come il Bonetti, amasse la sinestesia, e amasse le ciliegie acerbe che “sanno di cielo”), mentre quello di Bonetti pesca più indietro, come dicevo, quasi a un certo psicologismo modernista.
Forse per la mia scarsa affezione alla letteratura italiana ho faticato a farmi coinvolgere dal Racconto d’inverno, troppo italiano, per certi versi, troppo poco azzardato. Sì, perché quando si hanno le doti linguistiche di Bonetti non azzardarsi a lavorare sulle tecniche letterarie è un peccato. Scrivevo qualche giorno fa a proposito di Lodge, del suo L’arte della narrativa, e mi veniva in mente come tanti elementi testuali classici potevano essere ripresi, da Bonetti, maneggiati, articolati e restituiti al pubblico con un effetto più coinvolgente, più spiazzante della semplice intertestualità, che qui è tanto esplicita da perder quasi il suo senso sperimentale. Mi riesce sempre difficile leggere opere scritte nel 2009 con un narratore in prima persona che non mi strizza mai l’occhio, non mi prende mai per mano, non si gira mai nemmeno verso di me come a dirmi “so che sei lì”. Ma, come dicevo, questo è dovuto alla mia scarsa affezione per gli italiani, che sono sempre stati poco europei, facendo di questo la propria forza.
Bonetti è tanto italiano, in questo senso, da parere un classico e se non sapessi per certo che è la sua opera prima penserei a un’operazione commerciale per creare un caso letterario. La sua scrittura rimane però complessa, impegnativa (nel senso positivo del termine) e questo forse non lo porterà sotto i riflettori ma lo farà di certo soggiornare di diritto, e con piacere, tra chi scrive non per i banchi del mercato ma per l’arte.
Giudizio: 4/5


22.07.2009 2 Commenti Feed Stampa