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La fine di Montestato nelle testimonianze dei suoi abitanti, parte II: Montestato com’era

di tamas

Per quanto si sa da documenti polverosi consultati chiss quando e da chi e ormai persi in biblioteche piene di silenzio in cui non entra pi nessuno, se non per pulire svogliatamente in terra e controllare che le travi non siano ancora marcite, fu verso il Mille che si inizi ad ammucchiare pietre e mattoni su un colle argilloso, stretto tra due torrenti – a volte fiumi, come inaspettatamente divengono a volte fiumi i torrenti marchigiani – e abbastanza alto da vedere l’Adriatico. Quel mucchio di pietre e mattoni, modificandosi nella forma pi che nella sostanza, ch pietre e mattoni erano e pietre e mattoni sarebbero rimasti, sarebbe divenuto col tempo Montestato.
Montestato aveva mura modeste, perch comunque nessuno si illudeva davvero, neanche in quei tempi incoscienti e coraggiosi, di poter fermare un nemico determinato, dotato magari di un esercito numeroso e di macchine da guerra e cannoni, con i pochi uomini che vivevano dentro le mura e con i contadini magri rifugiati nel castello per paura degli uomini armati sparsi per la campagna e della loro peculiare concezione del diritto, basata sulla superiorit della spada sulla vanga. Le mura basse di Montestato erano pi un rifugio che un baluardo: dentro di esse, gli uomini aspettavano che passasse la tempesta, sempre che avessero fatto in tempo ad entrare nelle porte massicce prima di bagnarsi. In ogni caso, gli abitanti di Montestato sapevano dell’esistenza delle tempeste ed erano rassegnati a subirne: c’era la spada, poi il turco e la pellagra, e mille altre disgrazie possibili (il balzo repentino di una vipera mentre il contadino dormiva vicino ad una pietra, dopo aver passato la mattina a sistemare un fosso, o una tosse autunnale che non se ne andava col caldo, degenerava, e in qualche anno si portava via il tossente, o il calcio di una bestia, una malattia sconosciuta, o affogare in un secchio da bambini). Tutto questo era la vita, e per secoli e secoli essa non cambiata, all’ombra delle mura di Montestato.
Non granch mutata nei secoli neanche la campagna al di fuori delle mura, fatta di quadrilateri pi o meno sghembi che si arrampicano tenaci fino alla sommit delle colline, fino a toccare il boschetto di querce o di olmi che tengono assieme la terra e segnano i confini dei poderi. Si sono soltanto moltiplicati, col passare degli anni, i campi coltivati, e addolcite le colline, man mano che crescevano le famiglie, la fame, e faceva la sua comparsa la pellagra. La campagna bianca, verde scura, verde, verde chiara, gialla, gialla e arsa, marrone e umida, verde e bagnata, di nuovo bianca; a seconda delle stagioni e dei capricci del tempo. Dalle campagne sono venuti da sempre non solo i contadini in fuga dalla spada o dalla carestia, ma anche le loro donne, mogli e figlie, portando frutta e verdura, e anche fiori, da vendere in piazza (la piazza storta ma spaziosa, non quella liscia e quadrata della chiesa del santo). L’ultimo giorno di Montestato ha visto invece delle automobili, scatolette di tonno colorate e rombanti, entrare dalle vecchie e sacre porte. In generale i tempi sono cambiati, c’ meno gente nelle campagne e dentro le mura, in tanti hanno lasciato il paese per Roma o l’Argentina, sebbene allora si cominciasse a parlare e a vedere il progresso, questa cosa grande e straniera, anche a Montestato, e perfino dentro le mura e basse di questa cittadina umile qualcuno possedesse un televisore e una lavatrice. I tempi sono cambiati davvero.
Eppure dalla campagna hanno continuato a venire in citt con le loro mercanzie; e dell’ultimo giorno di Montestato in tanti ricordano una contadina con in grembo un mazzetto di viole, o forse si trattava di altri fiori, che senza saperlo celebrava l’ultimo d di festa di Montestato.


10.07.2009 Commenta Feed Stampa