Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Società > Qualcosa di sinistra?

Qualcosa di sinistra?

di tamas

Il grosso problema della sinistra è che, sostanzialmente, si tratta di un sentimento disumano. Essere di sinistra, in estrema sintesi, significa pensare che prima di tutto c’è la giustizia. Sulla giustizia deve basarsi ogni rapporto umano, ogni interazione, ogni società. Di base, siamo dei moralisti di merda e ci pare che non ci sia altro modo di essere.
La questione è che l’essere umano alla giustizia preferisce la libertà. Anche il più umile tra gli umili, il più poveretto tra i poveretti, si lamenta a volte, querulo, che le cose non vanno come dovrebbero e che non è giusto che sia così; ma se appena intravede lo spiraglio di un miglioramento, non di un miglioramento collettivo, ma di un salto fortunato o losco che lasci ad altri quello stesso posto tra i poveri e gli umili, allora immancabilmente quell’uomo sceglierà la libertà di diventare ricco e ingiusto, al limite di fallire e di perdere, tuttavia sempre con gli occhi accecati dal miraggio. Ad una sicurezza modesta ed equa si preferisce normalmente l’immoralità della scalata sociale effettuata con ogni mezzo. E non mi si venga a dire che la colpa è della tv o di qualche altra diavoleria moderna; la colpa è del cervello umano, che nella storia ha sempre suggerito ai nostri compagni di specie di comportarsi così. Per quanto riguarda invece l’opinione probabilmente discorde di voi che leggete, è superfluo ricordare che essa non conta nulla, perché voi siete di sinistra e dunque anormali e malati.
Si è dunque di sinistra, in odio alla natura e ribelli ai suoi dettami, per quel sentimento di amore universale e un po’ patetico che si prova a volte al canile, quando si vorrebbe portar via tutte le bestioline uggiolanti e dagli occhi tristi. Si è di sinistra per amore universale verso l’umanità e, più egoisticamente, per placare il dolore di vedere il male e la sofferenza (dolore amplificato, in molti soggetti, dal sospetto di una propria corresponsabilità nell’ingiustizia che tortura gli esseri. Ovviamente, questa congettura è di norma infondata). Da tutto ciò deriva che l’individuo di sinistra si trova a vivere nella profonda contraddizione di essere profondamente disumano e insieme di amare così tanto l’umanità da volere fortemente che essa viva in una società equa. Anzi, l’uomo di sinistra fa ben più che amare, pensandoci bene (ché poi, amare, è roba da ridere; amare, son capaci tutti): costui stima al tal punto l’umanità e ha una tale fiducia in essa da credere addirittura che questa sarebbe capace di gestire una società in cui l’ingiustizia sia bandita. E si badi: gestire una società senza ingiustizie significa smettere di commetterne. Non è una scommessa da poco.
Ad ogni modo, sostenere e propugnare l’innaturalità non è e non può essere una cosa semplice; instillare nelle persone idee che istintivamente non posseggono, o rifiutano, è un lavoro lungo e complesso. Mi fa molto ridere l’assurdità, ormai sbugiardata dai fatti ma ancora sostenuta da alcuni, che a sinistra possano esistere partiti e movimenti leggeri, e che quello a sinistra possa essere soltanto un voto d’opinione. Non è così. Il voto a sinistra (come più in generale l’idea e la militanza progressista) è sempre e comunque un voto comunitario; anche chi vota a sinistra sentendosi slegato da una appartenenza precisa, in realtà è figlio di una comunità e di un’appartenenza che hanno provato la propria efficacia, o ne subisce l’influsso. Per comunità si intende una società in piccolo, un partito, una rete di associazioni, una casa del popolo, un movimento o un gruppo che dimostrano nei fatti all’individuo che in una rete artificiale, paritaria, in una parola: giusta, si vive meglio e con più sicurezza che in una società atomizzata e data in pasto alla più spietata libertà. Non è soltanto questione di dimostrare la bontà di una concezione filosofica e politica; è il fatto stesso di provare a costruirla, a partire dal minimo di un’associazione o dal mediamente grande di una città governata bene, a dare senso ad un’utopia che nella realtà, in natura, non dovrebbe esistere.
Oggi si assiste, invece, da un lato, alla distruzione e diffamazione di tutto quello che di comunitario era stato costruito, a sinistra, in nome di una modernità e di una libertà che, oltre a non essere concetti “di sinistra”, non sono in sé neanche concetti positivi; dall’altra parte, quella che era la realtà accogliente della comunità è vilipesa e sequestrata da gruppi che ne fanno un circolo chiuso e intollerante, e “comunitarismo”, oltre ad essere una parola orrenda, è divenuta quasi una bestemmia, quando è proprio da lì (non dalla parola, ma dalla pratica di gruppi di persone affini che provano a vivere meglio associandosi) che dovremo ripartire.
Per quel che conta, io so che abbiamo ragione noi e che avere fiducia nell’umanità è la cosa giusta da fare, e che un giorno ci ripagherà; d’altronde, fosse diversamente non sarei di sinistra.


15.06.2009 5 Commenti Feed Stampa