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Prigionieri della vita: “Prigionieri” di Todd Hasak-Lowy.

di Enzo Baranelli

Hasak-Lowy scrive un romanzo carveriano. Un Raymond Carver senza Gordon Lish: nel libro accadono tante cose, la parte centrale è ambientata a Tel Aviv. Nello stesso tempo Daniel Bloom ricorda, nel suo rapporto con moglie e figlio, il Frank Bascombe di Richard Ford, anche qui lo stesso tempo dilatato, però Hollywood non è certo l’East Coast di Haddam o Sea-Clift. Anche se Daniel è uno sceneggiatore, nel romanzo mancano gli attori. Quel mondo che in “Lunar Park“, Bret Easton Ellis stigmatizza così in una scena a tavola: “Ben presto capii che la chirurgia plastica aveva reso inespressive le facce di un gran numero di donne e uomini presenti e che un attrice si stava asciugando la bocca con un tovagliolo per evitare di sbavare a causa dell’eccessiva quantità di silicone che le avevano iniettato nelle labbra“.

In “Prigionieri” compaiono solo un agente e un produttore. Entrambi completamente pazzi, ma certamente molto più umani dei personaggi di celluloide che ci si potrebbe aspettare in un romanzo che parla di film. Daniel Bloom vuole scrivere una nuova sceneggiatura, i suoi film fanno grandi incassi al botteghino, per alcuni sono molto violenti. Anche la sua ultima idea è violenta: il protagonista è un cecchino, un serial killer che elimina personaggi importanti, e in qualche modo colpevoli dello sfascio della società americana. “Prigionieri” è un libro sull’era Bush, ma non un libro politico, è una riflessione sull’ebraismo, ma più in generale sull’assenza o mancata espressione della spiritualità. E’ un libro su tanti argomenti, per alcuni, forse, troppi.

Anche il rabbino Brenner è pazzo. Anzi, no, lui è “cazzuto“. Alle richieste di aiuto di Daniel pare non rispondere come ci si aspetterebbe:

-Non so i fedeli vengono da lei alla ricerca di qualcuno che li indirizzi, di una guida, di forza. Vogliono qualcuno che ce la faccia-

-Sicuramente sì. Ma io sono solito deludere le aspettative della gente.E’ la mia arma migliore-“.

 

Non è un testo adatto a un blockbuster: si parla di un possibile blockbuster, di un film che nessuno vorrebbe, e poi che tutti vogliono, e poi che forse nessuno vuole, di nuovo. Alcune scene sono improvvisate a Tel Aviv: le inventa Nadav, la guida turistica di Daniel con la passione per le canne, in un caso con l’aiuto di due autostoppisti, due soldati israeliani.

E’ la condanna di Daniel lo scrivere sceneggiature. I problemi nascono quando per scriverle deve allontanarsi dal mondo. Dalla moglie e dal figlio, un figlio che sta crescendo e che pone i soliti interrogativi: “Lui non capisce più chi sia suo figlio, il che non significa che Zack sia un bambino difficile o che desti preoccupazioni, ma solo che è un essere umano distinto che diventa ogni giorno più complicato, entrando in possesso di un complicato mondo interiore nel quale suo padre non può entrare“.

A differenza del personaggio di Richard Ford, qui non si narra in prima persona, anche se il punto di vista rimane per tutto il romanzo quello di Daniel. Todd Hasak-Lowy dimostra di essere uno scrittore eccezionale quando riesce a cambiare rapidamente tono e registro. E’ in grado di reggere un periodo di due pagine, ma non per semplice sfoggio di bravura. Quando dici “straordinario e tragico“, non puoi buttare questi due aggettivi così a caso. Oppure puoi, puoi opporre inaspettatamente la tragicità al lettore. Oppure, se sei Hasak-Lowy puoi scrivere questi paragrafi di oltre due pagine per arrivare all’aggettivo “straordinario” che esplode pieno di senso, per una volta, nella mente del lettore.

E’ un romanzo complesso. Quando usa l’ironia, questa è spesso devastante, ma Hasak-Lowy affronta molti temi. Il rabbino “cazzuto“, con una certa preferenza per le droghe, non è una macchietta. Nessun personaggio lo è. Hasak-Lowy non vuole affrontare il suo lavoro con un approccio facile. Probabilmente non ci riuscirebbe, perché troppo dotato. La sua prosa avvolge il lettore, gli ricorda di essere vivo, ed imprime un senso a brandelli di un’esistenza di cui saremmo solo semplici prigionieri, senza il passo indietro (che non vuol dire indietreggiare), lo sguardo accurato e brillante su tutto, il filo d’erba o la nostra topografia interiore.

Restate sintonizzati:

“[Daniel si accuccia per terra, con la testa sul pavimento] Non è triste, ma nota immediatamente quanto la strada verso la tristezza gli si presenti all’improvviso sgombra. E così anche per la tensione, la rabbia, la paura, il suo senso di impotenza assoluta. Immobile e quasi accartocciato, Daniel vede se stesso, la sua topografia emotiva, distesa e nuda davanti a sé. Nessuna caratteristica di quel preoccupante territorio lo sorprende, anzi la sua attuale capacità di fronteggiarlo, di indagare il proprio ampio, spoglio paesaggio interiore senza giudicare, senza indietreggiare, senza rifuggire verso ciò che è piacevole, semplice, accettabile, porta con sé un enorme sollievo. Va bene, va tutto perfettamente bene. Per un attimo il suo respiro si gonfia sull’onda di questa onestà con cui si accetta e si tollera. Si chiede se piangerà, non esclude che forse dovrebbe decidere o concedersi di farlo. Ma il momento passa, lasciando Daniel a godersi la tranquillità che segue la sua confessione inespressa, la sua acquiescenza volontaria. Poi si rimette in piedi, forse è più alto, e si dirige verso la doccia

Todd Hasak-Lowy, “Prigionieri”, (ed. or. 2008), pp. 433, 16 euro, Minimum Fax, 2009.

Giudizio: 5/5


3.06.2009 2 Commenti Feed Stampa