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La fine di Montestato nelle testimonianze dei suoi abitanti, parte I

di tamas

I. Raccontare la fine.

Tutto ha inizio con una fine. Si intende qui, con questo presuntuoso “tutto”, solo e soltanto la vicenda raccontata nelle pagine che seguono; cionondimeno, è meno infrequente di quello che si crede, se soltanto uno si ferma un attimo a riflettere, che l’inizio di una storia abbia bisogno della fine della cosa o della persona raccontata. Forse perché raccontare è un modo estremo e infantile di tenere in vita qualcosa, o forse, più banalmente, perché è solo dopo il termine di una vita e di una storia che arrivano le domande di chi non ha vissuto in prima persona quelle vicende. In fondo, è durante il funerale (in mezzo al corteo in cui sfilate compunti, o a volte ancora in chiesa, discosti e parlando piano) che vi si avvicina un tale che conoscete appena e vi chiede notizie del morto; chi ha mai sentito che si chiedano informazioni sul morto quando questi è ancora vivo, quando non ci sono bare in chiesa, quando il defunto è nel suo orto ad innaffiare i piselli?
Montestato non fa eccezione a questa regola generale. I suoi abitanti non avevano niente da dire, finché il paese si ergeva ancora, e comunque nessuno andava da loro a far domande. Queste pagine hanno cominciato allora ad esistere quando sono crollate le antiche mura e le casette di pietra sulla collina; finché c’era il paese, i montestatesi ne scrivevano la storia semplicemente vivendola. L’inchiostro riempie i buchi, si nutre di storie morte e le fissa al foglio: i montestatesi stringono al petto le pagine battute a macchina che contengono le proprie testimonianze, in parte commossi dal proprio triste destino, ora che possono rileggerlo, ora che sembra che sia capitato a qualcun altro per cui è giusto avere compassione, in parte perfino sollevati: adesso che la vedono scritta su carta, si convincono di nuovo di aver vissuto un’esistenza reale e che questa non sia svanita assieme al paese che vi aveva fatto da sfondo.
Narrare una città morta è fare teatro senza salire sul palcoscenico. La parola si sviluppa senza un ambiente che la accolga, e non è giusto neanche suggerirlo o imitarlo, perché si tratterebbe sempre di una falsificazione: quell’ambiente non c’è più. Non c’è scenario, anzi, tutt’altro, lo scenario è la parola stessa: sarebbe immorale imporre una scatola o una cornice ai ricordi dei montestatesi, giacché l’unica Montestato possibile si plasma con le storie e le emozioni di chi racconta. Se si costringono le parole in uno schema già ordinato, come l’impasto in una forma per dolci, si ottengono storielle dai bordi tutti uguali, verosimili e fatte di verità, ma in fondo finte; quando invece l’espressione della realtà ha bisogno di forme scelte secondo la sensibilità di chi racconta e messe insieme con pazienza. Ma partiamo dall’inizio, che poi è la fine.


22.05.2009 Commenta Feed Stampa