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Breve romanzo triste d’amore e di Bisanzio, parti VII-XII

di tamas

VII.

Lei ritorna allo zoo nei giorni successivi.

VIII.

Nella testa di lei c’è quell’uomo alto e strano, vestito di giallo, e quello che dovrebbe essere il patetico tucano simbolo dello zoo, cucito su una toppa che campeggia sul suo petto, agli occhi di lei è un’aquila nera.

IX.

Nascono due orsetti e il dottor Nobile è seduto su una panchina, il mento appoggiato alla scopa, a pensare seriamente come chiamarli. C’è di mezzo la televisione che è già venuta a filmare i due ursidi senza nome, ci sono i giornali che reclamano le foto e le scolaresche tenere e rumorose che non vedono l’ora di spaventare i teneri cucciolotti (tra pochi mesi, delle pesanti macchine di morte sotto il loro pelo morbido). Eraclio e Costantino gli sembrano nomi adatti per due animali tanto potenti e fieri, ma il direttore dello zoo vorrebbe qualcosa di più breve e più esterofilo: Giovanni Nobile, dottore di ricerca con numerose pubblicazioni all’attivo, propone allora Krum e Tervel, nomi maestosi di animali potenti, quali dovevano sembrare i Bulgari dall’alto delle mura imprendibili di Costantinopoli.
Il direttore preferisce Johnny e Jim.
“Almeno Jules”, sussurra il dottor Nobile, gli occhi bassi sulle sue scarpe sformate.
Jules è troppo difficile da pronunciare.

X.

Quando è vestito di giallo il dottor Nobile è bellissimo. Si vedono dopo il lavoro, e lui le sembra persino un po’ ridicolo vestito borghese, come se a lui non competesse la normalità. Invece Giovanni è bello (bello di una maniera misteriosa di esserlo), solo quando è vestito di giallo e quando è nudo; ma questo lei non lo sa ancora.
Forse non è ancora successo, forse la nudità di lui esiste solo agli occhi di lei nella sua pienezza, forse il corpo nudo del dottor Nobile attende gli occhi di lei e l’oro che le circonda il capo.

XI.

Questa donna deve avere pensieri meravigliosi, perché coi pensieri e con gli sguardi di lei fuoriesce l’oro dalla sua testa, e io amo quell’oro e non lo temo, e con lei sono più alto e più felice, e se porto la tuta e sono sporco va tutto bene (benissimo, benissimo); e con in mano la mia scopa di saggina potrei gettarmi e sparire in una torma di giannizzeri e avrei paura solo del tempo perduto lontano da lei.

XII.

Il dottor Nobile spala la merda e fischietta, e accarezza la renna sul muso, dagli enormi occhi intelligenti e cisposi. Il dottor Nobile parla alla renna, o pensa di parlarle, e le racconta storie complesse, che a volte finiscono bene. La renna non distoglie lo sguardo dalla tuta gialla dell’uomo che lavora. Fuori dalla gabbia, alcuni uomini osservano la scena e si sentono diversi da entrambi.
Se lo sapesse, Giovanni Nobile non si stupirebbe delle loro conclusioni, e anzi continuerebbe a fischiettare.


14.05.2009 Commenta Feed Stampa